Intervista ad Alessandra Costanzo
di Carmelo La Carrubba


Durante le prove dello spettacolo “La concessione del telefono” abbiamo intervistato l’attrice Alessandra Costanzo dalla parlata musicalmente piacevole che scorre nella conversazione come un torrente che trasporta memorie, ansie, certezze; per lei recitare, scrivere, ridere è rimedio terapeutico, fonte di vita e di piacere. Ecco il testo:

D. Alessandra Costanzo, catanese per origini e tradizioni culturali, ha appreso il mestiere dell’attore alla scuola dello Stabile e vive a Roma dove lavora ma ritorna spesso nella sua città in cui ritrova, oltre il lavoro, parenti, amici e qualcosa d’altro che solo lei ci può dire. E’ così?
R. Primo di tutto ritrovo me stessa perché rimango catanese fino all’ultima cellula tanto è vero che continuo a insegnare arte e cultura catanese sia a Roma che a Milano e spesso, in questi ultimi anni, all’estero; credo che Catania sia stata una culla di eccezionali talenti e basta un filo di sensibilità per assorbirli come hanno fatto i nostri muri di lava. Città ricchissima dalla “pasta cco nivuru de sicci” sino alla spiaggetta di Li Cuti o la passeggiata sull’Etna o sentire due note di Bellini che puoi sentire anche a Roma ma non mi pare sia la stessa cosa perché qua hanno più risonanza, tornano più rotonde, hanno più gioia, conservano tutta la giovinezza di quest’uomo che venne a mancare così presto; forse perché la tradizione della mia famiglia è stata quella di avere il palco al Teatro Massimo: sono stata allevata nella cultura della musica classica, dell’opera lirica, del balletto. Per un atteggiamento aristocratico, nella mia famiglia non si usava la prosa : la lirica era per un catanese il fondamento della sua cultura. Il “nostro” palco era vicino al palco reale e l’intera faccenda veniva gestita da uno zio di famiglia, da parte di madre: le ragazza di famiglia, le mie cugine, come al debutto al ballo di società, verso i quattordici anni, indossato il vestito bello debuttavano vedendo lo spettacolo e la prima volta era il balletto per non avere un impatto forte: io il mio debutto l’ebbi a cinque anni. Non aspettarono i quattordici, e mio zio, un cavaliere straordinario, mi compro il mazzolino di fiori e il sacchetto di cioccolatini, come era previsto per ogni ragazza che si rispetti al debutto nel mondo dello spettacolo.

D. Perché ha scelto di fare l’attrice rinunziando a molte cose per un lavoro che impegna se non totalmente in esclusiva?
R. Feci il provino per entrare allo Stabile per una scommessa con mia sorella perché credeva mi avrebbe giovato mentre io ero convinta che non si può intraprendere uno studio particolare se non si ha una vocazione: mi reputavo una ragazza simpatica, di compagnia, chhe sapeva raccontare una barzelletta, e questo non significava che potessi fare l’attrice.

D. Quando ha avuto coscienza che poteva fare l’attrice e come se l’è spiegato?
R. Prima senza accorgermene, oggi in toto me lo ripeto con la sapienza che ho sull’argomento e posso dire che il lavoro dell’attrice mi ha salvato la vita nel senso che mi ha aiutata nella ricerca di comprendere la natura umana mia e degli altri; mi ha aiutata ad essere più elastica, più recettiva, più compassionevole con gli altri anche quando, in certi momenti, devi dare il massimo e non pensare ad altro e questo ha creato problemi agli altri e con gli altri perché io ero quella con cui non si poteva fare un programma perché ero solamente a disposizione del Teatro. Pur avendo dato la precedenza sulle altre cose al mio lavoro e senza fare la martire di Belfiore ritrovandomi a questa età con il nucleo familiare completamente sconvolto perché rimango in vita solo io posso dire che ho passato momenti drammatici e se non fosse stato per il mio lavoro sarei impazzita di dolore. L’attrice veicola le sue emozioni, senza procurarsi l’ulcera, sui suoi personaggi e tutta la storia de “I sei personaggi in cerca di autore” (“Anch’io signore, anch’io, tante volte per tentarlo…”) me li sento tutti addosso: i personaggi che ho fatto li sento come figli perché a loro ho dato me stessa e credo che in questo mestiere non si possa fare diversamente.

D. Quale e come sarà il suo personaggio ne “La concessione del telefono” nello spettacolo di Giuseppe Dipasquale?
R. Io sono pazza di gioia perché adoro Camilleri e perché – come dicono a Napoli – Taninè è nu babà. Essa è un tipo di donna che nella sua ingenuità e freschezza fa la sua gioia e la dona agli altri. Taninè vive in una società piena di compromessi e sotterfugi ma di cui lei non ha coscienza. Suo marito Filippo detto Pippo Genuardi, il protagonista, è quello che è, un omuncolo che non ha aspirazioni straordinarie ma a lei va bene perché le ammannisce una quantità di sesso gioioso e lei, di questo, è felice come una pasqua. Camilleri è più maestro con i personaggi maschili perché da uomo li fornisce di infinite sfaccettature mentre noi interpreti gli rimproveriamo di non fare altrettanto con i personaggi femminili: però lavorando molto sui personaggi femminili di Andrea che a volte liquidava in due battute, preparando con Maria Luisa Bigai che curava la regia di “Una camilleriana la personaggia” in questo viaggio scenico, abbiamo scoperto come l’Autore con due pennellate descriveva un universo; facendole fare l’eco dentro me stessa lo rivivevo e lo arricchivo
per cui basta una battuta per aprire e definire il mondo di un personaggio. E Taninè – vista l’epoca storica che attraversiamo in cui la problematicità è diventata la prerogativa del mondo femminile – rimane per fortuna un personaggio leggero e mi sembra un regalo di Dio.

D. Essere attrice con una particolare attitudine al comico, essere capace di suscitare il riso, è una marcia in più nel suo modo di comunicare o che cosa altro?
R. E’ un dono di Dio. E tuttora quando con i miei amici ci ammazziamo dalle risate con le lacrime io chiedo “Ah! Io ancora vi faccio ridere?” E la risposta è “Sei la preferita per le risate con le lacrime”

D. Ma come si fa a suscitare il riso?
R. Attraverso i tempi comici. E’ come essere intonati ed avere un orecchio speciale per cui si dà automaticamente il ritmo giusto alla battuta che diventa la capacità di quel tempo comico di suscitare il riso. Un tempo comico che va detto nel rigore e nell’armonia di una equazione matematica.

D. Non è la sorpresa?
R. Quello succede nella comicità diretta : se mi giro al pubblico e faccio una smorfia quella è comicità diretta non è un fatto di tempi. Se invece parliamo di comicità che deriva da una equazione cioè battuta, battuta, pensiero finale; allora lì è diverso perché non ridiamo soltanto dello sberleffo o della buccia di banana che fa cadere rompendo la logica del camminare: rompendo questa linearità e non rompendosi l’osso del collo, ridiamo! Ma c’è anche da dire che con la ricezione dell’immagine noi, in realtà, ridiamo di noi stessi e delle volte che siamo caduti. Per questo dico che ci ammaliamo quando ridiamo di meno o quando ci prendiamo troppo sul serio o quando ci manca la capacità di smitizzare gli avvenimenti o quant’altro e pertanto ben venga la satira, l’umorismo, il conico che fa ridere.

D In uno spettacolo tragicomico dove il comico svela la drammaticità delle situazioni e con un cast di attori di rara efficacia, qual è la sua particolare esperienza?
R. All’interno di questo spettacolo ho la gioia di avere accanto Tuccio Musumeci e Pippo Patavina, Angelo Tosto e Pietro Montanton miei compagni di sempre e un personaggio meraviglioso come Angela Leontini, Franz Cantalupo, alle prove hai subito il riscontro su tutto come col diamante in una stanza al buio ed è come se non esistesse, se non avessi niente perché per fare brillare il diamante ci vogliono le luci accese, quelle del palcoscenico. Per cui quando hai tutte le luci accese non solo hai i tuoi amici che ti accendono una lampadina ma hanno in mano una lampada e nell’altra uno specchio: ed ecco che sei dentro una situazione prismatica e con una fatica uno hai milioni di risultati. Perché in un giuoco di rimandi e di arricchimenti, di riflessi tutto si moltiplica e ogni battuta del regista, degli altri attori diventa uno stimolo in una continua creazione scenica ed attorale in funzione dello spettacolo.

D. Vogliamo parlare anche della scrittura che lei coltiva con particolare attenzione?
R. Ho sempre scritto perché scrivere mi aiuta a capire meglio quello che sento. Collaborando da diversi anni a Roma con due gruppi che lavorano esclusivamente sul racconto sono stata coinvolta con questa domanda: “Tu quando racconti le tue cose sei ricca di particolari e avvincente. Possibile che di queste cose non hai scritto niente?” Risposi che in verità avevo scritto .E allora “tiralo fuori,tiralo fuori” fu il coro della richiesta. E così il primo racconto ha avuto un riscontro che non credevo perché per la mia esperienza scrivevo qualcosa di assolutamente personale e vedere che invece era assolutamente condivisibile per me è stata una scoperta, una sorpresa. Scoprire che per me era in parte terapeutica in quanto quello che ti fa fare un analista è quello di farti scrivere i tuoi sogni, i tuoi pensieri da portare per parlarne. Ho così scoperto che questo aveva un riscontro negli altri cioè anche lì avevo trovato l’interlocutore, il pubblico. E mi ha emozionata questa frase ascoltata per caso “…perché la poetica di Alessandra si rintraccia in tutti i suoi racconti in maniera precisa e viene portata avanti in ogni scritto come un filo conduttore, un certo modo di sentire”. Come attrice festeggio il mio 30° anno di palcoscenico come scrittrice sono una neofita e sentire che si parli di me come scrittrice mi ha fatto tremare le gambe..