Danza di morte
di Carmelo La Carrubba


 

“Danza di morte” o “Danza Macabra” il testo di August Strindberg è una storia di “inferno coniugale” tanto importante e significativa da diventare – nel panorama del Teatro del Novecento – la matrice di quella che sarà l’analisi spietata che gli autori del secolo passato dedicheranno al tema della coppia, alla sua crisi. I contenuti di questa riflessione sulla morte, ma soprattutto sulla vita, sul matrimonio, sullo scontro implacabile tra i sessi, su ateismo e religiosità, sui limiti del Naturalismo e della rappresentazione emblematica della vita sono una rivisitazione della problematicità di un secolo che tutt’ora ci assilla con questa tematica vista ora in maniera metafisica ora mistica per cercare di capire il senso ultimo di questa speculazione su vita e morte col presentimento di una necessaria rassegnazione. Lo spettacolo di cui stiamo parlando “Danza di morte” di Strindberg è in scena in questi giorni al Teatro Verga per lo Stabile etneo e la messa in scena ricostruisce attraverso il classico triangolo un itinerario esistenziale di una coppia ma che è sintomatico ed emblematico del male di vivere del Novecento. La storia è quella di una coppia matura che vomita ripicche e antichi rancori in forma di parole sotterfugi, crudeltà reciproche, vere o finte malattie e sensi di colpa in una esistenza costellata di illusioni e delusioni. In questo snodo esistenziale di noia profonda mascherata da una sottile ipocrisia fra i coniugi, si inserisce un estraneo che sarà il deterrente per fare esplodere l’inferno coniugale nella coppia.

Ma l’andamento della storia ha il tono e lo stile del vaudeville venato da una sarcastica ironia pur svolgendosi in una torre claustrofobia e fatiscente in cui i protagonisti si affrontano con parole acuminate come lame cosumando così la loro crisi matrimoniale. Il regista Marco Bernardi ha focalizzato la sua attenzione nella soluzione scenica di quella che è la vita in comune, matrimoniale o no, e soprattutto sullo scontro fra i sessi, fra uomo e donna quando è in gioco la sessualità nel rapporto di coppia che risulterà sempre disarmonico in quanto i pezzi di questo mosaico, per vari motivi, non combaciano e, per quanti sforzi facciano per andare d’accordo, non fanno altro che mostrare impietosamente le divergenze e la mancanza di affinità che li contraddistingue. Inoltre – ed è ben sottolineato dalla regia – anche quando i rapporti di lei con l’amante siano impetuosi e sfrenati, lasciando presagire un diverso rapporto, più equilibrato rispetto a quello precedente, è deduzione errata in quanto l’autore e il regista sottolineano che nel rapporto di coppia c’è sempre uno che comanda e l’altro è la vittima.

Con questa palese dimostrazione non c’è chi non può non vedere che l’esito di una crisi in qualsiasi rapporto di coppia e in particolare nel matrimonio che della coppia dovrebbe sancire l’efficienza esistenziale, sarà sempre rovinoso. In questo turbinio di sentimenti freddi e rancorosi come le rispondenti scene Episbert Jaekel, i costumi di Roberto Bauci e l’ambientazione scenica di Franco Maurina attestano nella loro realizzazione, si pone l’interpretazione di un trio straordinario costituito da Paolo Bonacelli, capitano d’artiglieria in una fortezza, uomo rozzo, prepotente e compiaciuto di esserlo, una volpe nel trovare nel trovare espedienti contro la moglie, Patrizia Dilani, ex attrice, un carattere forte e determinato, vendicativo che non appena si presenta l’occasione del vecchio parente, si scatena con la foga di un universo femminile avido e crudele che in fondo – e questa è l’idea maschilista dell’autore dev’essere tenuta a bada; infine Carlo Simoni, l’ispettore di quarantena, causa scatenante di una crisi che già covava, più vittima che orgoglioso amante. La vecchia è Liliana Casartelli mentre Iolanda Piazza è la cameriera. Pubblico alla fine plaudente.