Delitto e castigo
di Carmelo La Carrubba


Spazio e tempo oltre che elementi di una formula einsteniana, sono anche i poli indispensabili di un palcoscenico per raccontare l’uomo, sono il teatro quale metafora di ogni cosa, sono la finzione-verità inconfutabile di ogni rappresentazione. Già nel 1839 il giovane Dostoevskij, a soli 18 anni, scriveva al fratello Micail: “L’uomo è un mistero difficile da risolvere. Io voglio cercare di comprenderlo perché voglio essere un uomo.” Da credente in Cristo egli aveva capito la grande forza dell’umiltà nell’errore e la scrittura ne rappresentava la catarsi; inoltre, come scrittore, aveva creato personaggi indimenticabili.

Lo spettacolo “Delitto e castigo” tratto dal celebre romanzo dello scrittore russo nella singolare versione di Glauco Mauri, regista ed interprete del personaggio di Porfirij, il giudice, ha come interprete principale Roberto Sturno nel tormentato personaggio di Raskolnikov ed è in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese.
Il romanzo viene definito dallo stesso Dostoevskij il “resoconto psicologico di un delitto”, cioè una spietata indagine nei meandri della mente sconvolta di un giovane intellettuale megalomane che uccide, non solo per fame , ma per personale esaltazione intellettuale, una vecchia usuraia e la sorella per migliorare il mondo e potersi sentire Napoleone. Raskolnikov con la sua febbrile intelligenza la fa franca nel superare la puntuale indagine del giudice, ma incappa nei rimorsi della sua coscienza a cui non può sfuggire. Il giudice e il giovane assassino rappresentano i due aspetti dell’animo umano: il bene e il male, l’etica e la trasgressione criminale, la legge e il delitto; nel dibattito serrato fra loro, senza esclusione di colpi e di viltà, emerge il convincimento che il delitto venga espiato col castigo.

Per Mauri la dialettica fra confessione e necessità del castigo ha un alto valore civile e drammaturgico perché fatta in pubblico e cioè in quell’Assise che è il teatro.
Questo spettacolo, che ne ricorda altri di Mauri, non può non richiamare un “giallo” precedente, quello dell’”Edipo re” di Sofocle, il poliziesco della mitica tragedia greca in cui si indaga nel pozzo dell’animo umano e sulla bestia che vive in ognuno di noi, anch’esso interpretato magistralmente nell’anfiteatro greco di Siracusa e nei palcoscenici italiani da ambedue gli attori; e l’altro di Durrematt “Il giudice e il suo Boia” un tema ricorrente che Mauri interpretò per la tv con Paolo Stoppa.
Nella stringata riduzione di Mauri, incentrata su Raskolnicov e il suo delitto e sul giudice Porfirij che indaga per conoscere la verità su un gesto insensato, c’è il nucleo della vicenda nonché la necessità di una drammatizzazione scenica a due, per rappresentarlo in maniera incalzante, e lo “scontro” di due grandi attori che sapientemente interpretano i ruoli di un tema di inquietante attualità. Si ha l’impressione che i due personaggi, per un momento, siano complementari, nel senso che nella ricerca dell’altro si può incontrare uno straniero, ma anche una parte diversa di sé, in cui ci si può riconoscere tanto sul piano individuale che sociale. Mauri con la sua regia ha puntato sull’essenzialità della storia, sulla secchezza dei dialoghi, sulla scorrevolezza dei tempi scenici, condensati in due atti asciutti e dal ritmo sostenuto, ma soprattutto sull’alto valore della aprola e degli interpreti nella resa dei personaggi: il giudice Porfirij , lucido nella sua implacabile azione dai risvolti etici che ha la voce di Mauri, ironica, apparentemente comprensiva e dalla dialettica inoppugnabile pur con un atteggiamento sornione; di contro, Roberto Sturno, interpretando Raskolnikov fa emergere la complessa e contraddittoria personalità del giovane universitario, la insensatezza del gesto, la inquietante volontà di dominio e infine il travaglio della coscienza, l’ossessione di un’anima e la consapevole infelicità. Una prova eccellente.

Due grandi attori, due splendide interpretazioni interagiscono nella scena di Alessandro Camera grigia e rigorosa come le evoluzioni di un encefalo che muove le quinte dal soffitto e accompagna l’evolversi di questo intrigato giallo dell’animo, ben sottolineato dalla musica di Annichilo in cui si inserisce l’interpretazione di Cristina Arnone efficace nel ruolo della dolce Sonia, determinante come credente nel perdono dopo il castigo, mentre completano il cast i bravi Mino Manni, Simone Pieroni, Odoardo Tresmondi. Dopo lo spettacolo “Edipo re” ed “Edipo a Colono” di Sofocle di qualche anno fa al Verga Glauco Mauri e Roberto Sturno ritornano con questo intenso spettacolo a Catania accolti dal pubblico con caloroso entusiasmo alla fine della loro fatica premiata da tantissimi applausi verso un grandissimo attore e un allievo, un attore di enorme talento.