Diceria dell'untore
di Carmelo La Carrubba



E’ in scena in prima nazionale al Teatro Stabile “Verga” di Catania “Diceria dell’untore” (1981) lo spettacolo dal romanzo omonimo di Gesualdo Bufalino nell’adattamento teatrale, la regia e nel ruolo del Gran Magro, di Vincenzo Pirrotta. L’esperienza autobiografica dell’autore nel sanatorio La rocca di Palermo negli anni dell’immediato dopoguerra (1946) è narrata come il percorso di un malato di tubercolosi contratta durante la guerra. Egli in bilico fra la vita e la morte ha modo di subire i tormenti del dubbio religioso, affettivo, nonché le inquietudini esistenziali insiti nel significato della vita in attesa del momento finale. Quello che domina la vita nelle sale del sanatorio è la paura della morte e la speranza di superare il decorso del male. L’autore attraverso l’esperienza della malattia narra della discesa agli inferi ma testimonia del suo ritorno da unico superstite ( i suoi compagni di viaggio e anche il clinico che lo cura, moriranno), della vittoria della vita sulla morte.
La prosa di Bufalino è allegorica, metaforica così come lo è quella di Tomas Mann quando – sono parole del critico letterario Antonio Di Grado - parlando del sanatorio nella “Montagna incantata” evocò l’Ade o come lo descrisse Vittoria Timmonieri ne “Il lago oscuro della memoria” (1984) narrando di una analoga esperienza.


La riduzione teatrale del Pirrotta è una felice ri -scrittura fedele allo spirito della prosa bufaliniana intrisa di lirismo così come è nello stile dell’autore e la drammaturgia del linguaggio scenico mantiene la poeticità del testo, la sua meta -fisicità, il gusto dell’ossimoro fino all’ambiguità e al bisogno di Dio che è invocato con fervore dallo scrittore per colmare il vuoto razionalistico dell’ateo che era in lui. Tant’è che l’autore definì Dio “l’ossimoro degli ossimori”, e parlando della inesistenza attiva di Dio invocò la necessità della sua esistenza.


Tema fondamentale del teatro di parola di Bufalino-Pirrotta-Lo Cascio è la vita e questi versi ne sono la sintesi: “Vita, più il tuo fuoco langue, più t’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare” Queste parole furono dette da una ragazza al funerale dello scrittore, sulla sua bara, davanti al Municipio di Comiso.
Vita, morte e anche eros sono i contenuti di questo spettacolo intenso e intrigante in cui la regia di Pirrotta si pone in sintonia con la vita che vuole abbracciare e si pone come cornice alla morte che investe i malati del sanatorio. E il protagonista Luigi Lo Cascio – “Colui che dice io” è contemporaneamente il narratore che con un affascinante monologo narra la storia e di volta in volta affronta il dialogo con gli altri e si piega all’intrigo scenico di colui che vive il dramma. In questo doppio ruolo emerge la sicurezza straordinaria dell’attore che ha costruito il personaggio muovendosi con notevole fora interiore amando e patendo le umiliazioni della malattia ma lo fa dominando la scena in tutte le sfaccettature del ruolo. Intenso è il rapporto attorale e l’espressiva comunicativa che si intreccia con le presenze femminili da Vitalba Andrea a Nancy Lombardo a Lucia Cammalleri che esprimono i vari modi della femminilità impegnata nell’eterno rapporto con l’uomo. I compagni di viaggio del protagonista sono resi con grande professionalità sviscerando la tematica del testo: da Giovanni Argante a Giovanni Calcagno; a Luca Maugeri, a Plinio Milazzo, a Marcello Montalto, a Salvatore Ragusa, ad Alessandro Romano.Le scene e i costumi di Giuseppina Maurizi associati ai movimenti coreografici di Alessandra Luberti e alle luci di Franco Buzzanca hanno sottolineato il carattere simbolico dello spettacolo, la metafora di un contesto che si svolgeva altrove. Mentre le musiche di Luca Maceri (con i solisti Mario Gatto, Salvatore Lupo, Michele Marselle e Giovanni Parrinello) hanno creato la giusta atmosfera, le suggestioni adatte, gli stati d’animo necessari allo svolgimento del dramma con i risvolti melodrammatici ravvivati da suoni mediterranei. Infine la regia di Pirrotta nella straordinaria intesa con Lo Cascio ha trovato i tempi scenici adatti per un racconto intenso e trascinante. Pirrotta, inoltre, è una straordinaria forza della natura ben temperata da una solida cultura; possiede una particolare sicurezza scenica e una rara sensibilità attorale, ben dimostrata nel ruolo del Gran Magro – che è stata ben apprezzata dal pubblico assieme all’intero spettacolo e ai suoi protagonisti in cui spiccava Luigi Lo Cascio.