Disonorata. Un delitto d'onore in Calabria
di Carmelo La Carrubba

 

Una volta erano famosi i cuntisti uomini o donne spesso analfabeti che incarnavano una tradizione orale che si perdeva nella notte dei tempi. Sia il Pitrè che il Calvino delle “Fiabe” ne hanno scritto con molta competenza e ammirazione. Poi c’è stato nelle piazze il fenomeno dei cantastorie ma, da alcuni anni a questa parte, l’arte povera del cuntu ha i suoi interpreti in teatro con le sue diversificazioni non solo nei temi: ora epici ora civili e nel caso di Saverio La Ruina intimisti anche se inseriti in un tessuto etnografico che sostanzialmente è stato in passato oggetto di studio da parte degli specialisti del “mondo magico”. Ma la storia di Pascalina narrata da La Ruina nello spettacolo “Disonorata Un delitto d'onore in Calabria” andato in scena al Teatro Musco per lo Stabile catanese – anche se narra di abitudini passate ha ancora dei riflessi nel presente per quel maschilismo frustante che tarda a emanciparsi e riconoscere alla donna gli stessi suoi diritti umani e civili.


In questo spettacolo l’aspetto più interessante è sicuramente il testo nella parlata calabrese dell’autore che mantiene ritmo e musicalità poetica e che riesce per i suoi risultati artistici a rendere attuale una storia che pur nel paragone con le altre donne musulmane non ha più nulla – almeno a mio parere – di attuale in quanto le problematiche dell’oggi sono altre e più complesse. Mentre i poeti – e tale è l’autore – sono un’altra storia e possono fissare le loro emozioni con l’incanto della parola sulla pagina e poi se si è attori sulle tavole di un palcoscenico. Queste emozioni diventeranno poi di tutti.
E a proposito della bellezza del testo mi sarebbe piaciuto che avesse avuto come titolo “’a capa vasciata” e forse avrebbe rispettato meglio la verità poetica e una maggiore aderenza alla lingua madre. Diversamente si fa per comunicare con gli spettatori – e questo gli autori lo sanno – una “italianizzazione” a beneficio di tutti quelli che discutevano della loro percentuale di parole che avevano comunque recuperato per la comprensione della storia.


In una scena spoglia seduto su una sedia l’attore e regista Saverio La Ruina “sussurra” agli spettatori il travaglio di Pascalina accompagnato dalle musiche originali di Gianfranco De Franco anche kui in scena con clarino e sassofono a sottolineare o a sostituirsi con le sue note alle parole, ai silenzi, ricreando i lamenti di quell’anima. Una innovazione nel ruolo del cuntista è la presenza del musicista nella fusione di parola e musica arricchendo lo spessore spettacolare.
Alla poeticità del teso corrisponde una interpretazione asciutta, sofferta, essenziale in cui più che il gesto è la mimica a esprimere rabbia e sofferenza ma anche bisogno di amore ed a ritmare il verso è il movimento della gamba sinistra che fa da metronomo.
Infine il personaggio di Pascalina, una donna , è interpretatola un uomp “ en travesti” per renderlo credibile; ma non è la finzione a teatro che rende vera la storia? E allora: anche l’uomo ha i suoi ormoni femminili e La Ruina artisticamente ne ha tanti!
Pubblico attento e plaudente alla fine dello spettacolo.