Dollirio
di Carmelo La Carrubba

 

“Dollirio” di Nino Romeo è lo spettacolo in scena al Teatro Musco per lo Stabile Verga di Catania interpretato splendidamente da Graziana Maniscalco nel ruolo di Mara, la protagonista, e della sua vita al fianco del boss locale Dollirio (Nino Romeo) che senza parlare, col suo silenzio mafiosamente taciturno, ha una eloquenza fin troppo chiara.
In questa storia – che è un lungo monologo – si snoda la vicenda di Mara attraverso trent’ anni della sua vita: ella giovanissima si reca dal capomafia per conoscere il mandante dell’omicidio dei suoi genitori e per proteggersi si mette sotto l’ala del boss accettandone il crudele stile di vita e le regole. Quella di Mara è la rievocazione – attraverso l’itinerario della memoria - di una formazione individuale avvenuta nell’ambito di una famiglia mafiosa in cui si esercita spietatamente il potere – silenziosamente – e dove lei ha modo di acquisire le regole di gestione di questo potere. Essa ci racconta della sua ascesa da sguattera a padrona di casa, moglie del figlio del boss, da faccendiera a complice diventerà l’imprenditrice degli affari della famiglia cioè gestirà per conto del boss gli affari e sarà l’artefice del passaggio della mafia di quartiere a quella imprenditoriale, integrata nel mondo finanziario ed economico, contigua agli altri poteri, non ultimo quello politico. Una parabola quella della protagonista aliena da qualsiasi pentimento in cui c’è la amara percezione – al culmine del suo trionfo – di dire “ io ho fondato la mia causa sul nulla”.


Se il silenzio imbarazzante di Dollirio gronda barbarie come sangue i suoi gesti perché esprimono il potere di una mafia spietata di contro la esplicita parlata della protagonista, le sue gesta, i suoi viaggi d’affari, i suoi consigli espliciti, il sostituirsi al boss rimproverandogli la sua impotenza, rappresentano l’altra faccia della mafia che si chiama donna e in quanto a ferocia non ha niente da invidiare al genere maschile anzi fa vedere come le donne possono comandare ed essere spietati quanto e più degli uomini. Assistiamo alla evoluzione della mafia, all’emergere decisivo della donna al suo interno in cui ha modo in una scena essenziale dove un grosso tavolo testimonia del potere che si sposta continuamente e dove le luci di Franco Buzzanca fanno da dissolvenza fra i vari momenti della storia sottolineate dalle musiche di Franco Lazzaro, in cui ha modo di eccellere l’interpretazione della Maniscalco che padroneggia la scena impersonando i diversi volti della donna mafiosa ora disperata ora cinica, vendicativa, sicura di sé, sguaiata, elegante donna di affari, con una lingua che va dal vernacolo all’italiano colto in cui è possibile cogliere non solo la bravura dell’attrice ma l’inquietante spessore del personaggio mafioso che sa essere cangiante e difficilmente identificabile in una società variopinta come quella attuale.

 

Una ultima nota: un monologo di due ore “tirato” con una freschezza fisica ed interpretativa e con tempi rapidi che hanno tenuta desta l’attenzione degli spettatori non è impresa facile e la protagonista ha reso tutto facile e scorrevole con una leggerezza e un’autorità scenica particolare – ben apprezzata dal pubblico che ha applaudito più e più volte alla fine dello spettacolo.