Donna Rosita nubile
di Carmelo La Carrubba


Se il silenzio fu un aspetto tipico della poetica lorchiana il grido tanto invocato invano dal poeta a suo tempo, è diventato familiare nella realtà sociale di oggi. Con buona pace di tutti.
Ma andiamo con la memoria alla Spagna in cui visse il poeta come egli ce la rappresenta nel poema drammatico “Donna Rosita nubile” lo spettacolo andato in scena al Piccolo Teatro di Catania per la regia di Gianni Salvo.
E’ la storia di una bella ragazza di Granata innamorata che nutre la sua vita di sogni e di attese in cui la memoria diventa la protagonista.
Rosita non si sposa perché il fidanzato parte per raggiungere il padre in Argentina e non torna più.
Per quindici anni Rosita attende continuando a cucire nastri di raso liberty ai volant della propria camicia da sposa. Cuce, attende e invecchia.
Vive sotto il peso di una duplice menzogna: quella del fidanzato che le scrive senza però rivelarle che si è sposato e quella che lei racconta a sé stessa perché vuole ignorare la realtà.
Mentre la gente del paese sa e le zitelle del luogo non sono avare di commenti malevoli e irriguardosi.
Quello di Rosita diventa un lutto senza morti e il suo pianto finale che ne spegne ogni illusione rappresenta l’ultimo palpito di vita di un’anima.
L’amarezza del poeta è enorme nel costatare come il difetto delle donne oneste sia quello di non parlare. E’ il dramma del silenzio che prevale sulla necessità del grido: tema centrale della poetica lorchiana in cui il conflitto fra grido e silenzio costituisce la sostanza del dramma delle donne andaluse.
Nella rivisitazione di Gianni Salvo la tematica del poeta spagnuolo dell’amore sfuggente , della vita che vuol vivere e non può ribadendo la morte di ogni speranza è intesa in tutta la sua complessità: dal realismo lirico dell’impostazione, alla ricchezza di simboli, di immagini e di metafore preziose.
E il suo spettacolo accompagnato dalle musiche di Pietro Cavalieri, le scene e i costumi di Oriana Sessa, allusivi e metaforici, rappresentano attraverso il dramma della protagonista anche lo stato antropologico di una regione, di un’Andalusia dalle porte chiuse e piene d’ombre in cui prevale l’ambiente pettegolo delle zitelle rappresentato in maniera straordinaria dalla madre delle zitelle (Daniela Marzullo) e dalle tre zitelle (Bellassai, Centamore, Sgarlato) che esprimono una comicità grottesca efficace e coinvolgente. Rosario Minardi è l’aitante cugino, ambito ma sfuggente fidanzato, mentre Anna Passanisi interpreta il ruolo della zia; Carmen Panariello quello della governante mentre le tre manole godono dell’interpretazione di Sgarlato, Centamore, Bellassai.
Rosita, la protagonista, è l’io del poeta che esprime un amore impossibile attraverso il suo sogno lirico e le sue intrinseche contraddizioni perché quando la realtà diventa insidiosa si ritrae: come quando rifiuta perché il sogno diventa realtà.
Il personaggio – in un certo senso autobiografico – si muove nel mondo chiuso del volere e del non potere che richiama i bellissimi versi di una sua poesia del 1918 “Il mio cuore è una farfalla / che presa dal ragno grigio del tempo / ha il polline fatale della delusione.
Rossana Bonafede nel ruolo di Rosita ha fatto un enorme scavo psicologico del personaggio rappresentandone i vari stati d’animo in rapporto ai momenti importanti della storia. Questa donna ardente e delusa che è anche lo specchio di una Andalusia che soffre passioni enormi e in silenzio sa esprimere anche la gioia della scoperta dell’amore, dell’attesa, della speranza ; in seguito modificherà abiti ed atteggiamenti passando dal rosa al nero dal sorriso allegro al pianto e alla parola fievole che va spegnendosi con la fine dell’illusione. Una intensa splendida interpretazione in cui emerge la maturità di un’attrice che con leggerezza sa ballare, ridere, piangere, soffrire.
La regia leggera e allusiva di Gianni Salvo ha condensato nel cerchio il mondo della protagonista e ha proseguito fra danza canto e drammaturgia nell’evolversi del racconto scenico fino all’epilogo.
Pubblico plaudente.