Edipo a Colono
di Carmelo La Carrubba


“Edipo a Colono” di Sofocle nella ri-scrittura drammaturgica di Ruggero Cappuccio (1964), sua la regia dello spettacolo in scena al Piccolo Teatro di Catania con l’interpretazione di Roberto Herlitzka, è diventato un “cuntu” singolare che mantiene il fascino profondo del testo originale in cui l’uomo Edipo, non più re, non vedente per gli errori commessi finalmente comincia a “vedere” il suo passato: che a rifletterci è senza colpe.
Edipo nel suo errare cerca di liberarsi dei fantasmi del passato che lo tormentano. Egli è vecchio, sofferente ma lucido e riflessivo e comprende come il Fato – prima che lui nascesse – aveva stabilito la morte del re Laio, suo padre; che poi fosse lui ad ucciderlo, senza sapere chi fosse, non può diventare una colpa così come l’aver sposato la regina Giocasta, sua madre; aver avuto da lei dei figli nel segno del destino e non per sua scelta; e la peste a Tebe ne fu un’altra conseguenza che costò, a lui “impuro”, l’espulsione dalla sua patria. Il protagonista nel raccontare il suo passato fa un’analisi spietata del suo vissuto in cui c’è la presa di coscienza di un uomo. E sfilano i fantasmi di Laio, Giocasta, Antigone, Ismene, Eteocle, Polinice, Creonte.


La regia di Cappuccio affida al narratore-interprete il compito della narrazione ed Herlitzka, affabulatore, cantastorie, su una scena nuda, presenti solo le effigi dei suoi fantasmi infilzate su lance, nei panni di Edipo, ci parla dell’eroe sventurato. E lo fa col suo fisico asciutto in maniera agile come agile è la sua parola che attinge ai vari registri della sua voce per narrarci di sé e dei fantasmi che l’hanno accompagnato. La drammaturgia di Cappuccio ha puntato sul protagonista, narratore di sé stesso, e sulla lingua che costituisce il tessuto narrativo del suo eloquio con innesto di dialetti; creando un “impastato” dalle molte dalle molte sfumature che possa esprimere l’immenso dolore di un uomo. Cappuccio ha creato per l’attore un linguaggio più corposo, dolce e musicale ad un tempo attraverso lemmi siciliani e napoletani che acquistano sulla scena risonanze bellissime anche per merito di un grande attore come Herlitzka che sa valorizzare la parola come pochi. Herlitzka vestito sulla scena da vagabondo beckettiano con una “valigia con le ruote” che contiene i pupi-fantasmi del suo vissuto a cui dà, ad ognuno, voce per evocarli, domina la scena nel racconto che ne fa. Herlitzka solo sulla scena, solo nelle sue evocazioni e solo anche con i suoi burattini (di Ciro Damiani) nel suo sofferto racconto è solo ma immenso nel dare significato e spessore ad ogni parola, ad ogni gesto, facendone rivivere l’arcaicità e il mito attraverso l’uso del dialetto siciliano e napoletano modulato con voce inquietante.


La tragedia di Edipo volge all’epilogo senza sangue, nel silenzio: “E’ silenzio” afferma Edipo e prima di abbandonare la scena afferma: “U sentisti u silenziu? Tutto è niente”
Applausi intensi da un pubblico affascinato da un grande attore; ripetuti più e più volte forse a sottolineare che la sua voce aveva rotto il silenzio sulla fine di una storia.