Edipo
di Carmelo La Carrubba



Alla “prima” dello spettacolo “Edipo” di Sofocle nella limpida traduzione di Dario Del Corno che ha inaugurato – ieri sera 15 maggio – la stagione di “Estatestabile” al Cortile Platamone per la rassegna estiva teatrale dello Stabile cittadino, l’inclemenza del tempo sembrava – in una scena completamente nuda – un elemento costitutivo della rappresentazione in quanto interpretava l’intolleranza verso l’esule, lo straniero, l’impuro.


In questa edizione “Edipo”, il mito dei miti, è rivisitato dal regista Lluìs Pasqual  che unisce, per l’occasione, i due Edipo: Re e a Colono in cui adatta e mescola le due tragedie sofoclee fondendo alla fine la centralità del tema di Antigone nell’atto di seppellire il fratello Polinice scatenando uno dei più elettrizzanti conflitti etici fra la legge divina di seppellire i morti e la legge dello stato che vieta di essere seppellito in Patria colui che muore combattendo contro di essa e conclude con dei frammenti di alto contenuto profetico scritti da Genet per il massacro di Sabra e Chatila.
Che la riduzione e l’adattamento di Pasqual  sia l’elemento costitutivo dello spettacolo sarebbe poca cosa se l’esecuzione della messa in scena nell’accorta e intelligente regia non fosse capace di ridarci un racconto scenico fra i più intensi e appassionanti nel rispetto di quella suspance che è del poliziesco nella indagine implacabile che conduce Edipo contro sé stesso pur non essendo né colpevole né innocente. Egli rappresenta L’uomo nudo che con la sola arma della intelligenza vince la paura che affronta a viso aperto fino a concludere la parabola tracciata dal destino. Attraverso la parola Edipo indaga e spiega inesorabilmente i perché che visitano la mente dell’uomo, le domande che generano altre domande per arrivare al fondo della verità e concludere in maniera geniale  una storia  dopo averne sviscerato tutti gli elementi. Edipo è l’artefice di un grande mosaico perché sa raccogliere gli elementi e metterli al posto giusto, che sa battersi per le sue ragioni e i suoi convincimenti ma che sa anche riconoscere la logica del potere quando ormai non gli appartiene ma che lo sa gestire quando di quel potere egli è l’espressione più alta. Per cui è contro i figli maschi quando questi – per opportunismo – lo vogliono dalla loro parte e, ormai vecchio, li allontana maledicendoli.


L’attualità di Edipo non è soltanto nella constatazione storica della figura dell’apolide che coincide con le recenti emigrazioni ma lo è anche per le implicazioni e le umiliazioni che il suo stato comporta di uomo senza un passaporto.
La tragedia di Edipo si svolge nella reggia di Tebe ma il racconto della tragedia sembra avvenire in un’agorà o se volete in uno spazio teatrale – che può essere il cortile Platamone -  dove attori e pubblico, gli uni a voce alta e gli altri con la loro riflessione, discutono attraverso la vita e l’avviarsi alla morte di Edipo, fra volere divino e destino di quello che nella sua finitudine può fare l’uomo nei rapporti con gli altri, con il Potere.
In questo teatro di parola, l’attore è il solo capace di interpretare ma soprattutto di rappresentare il tormento del dubbio e la logica sottile del ragionamento affidato all’intelligenza che supera le asperità e le contraddizioni degli avvenimenti quando sono rappresentati fuori da uno sviluppo logico; e Massimo Popolizio è oggi l’attore che esprimere le difficoltà e le nevrosi delle contraddizioni umane affidandosi – attraverso una recitazione dai toni sostenuti e dalle lacerazioni della voce che testimoniano l’intimo tormento – alla sua notevole presenza scenica e ad un aspro modo di rapportarsi agli altri quando la logica si impiglia nei sentimenti, nelle invidie, nelle prepotenze, nelle apparenti illogicità che costituiscono spesso l’ossatura del vivere umano.
Popolizio è tutto questo in una interpretazione che può paragonarsi a quella di altri grandi attori che l’hanno preceduto in questo ruolo ma lo è in piena libertà creativa. Gaia Aprea, nel ruolo della figlia Antigone vive nell’ombra di un padre così grande e ingombrante manifestando in nuce di essere l’eroina di un lacerante conflitto etico-giuridico. Pippo Patavina è stato nel ruolo di Creonte un grande interprete capace di contrastare la dialettica verbale di Edipo  con una interpretazione fra le più robuste del suo notevole repertorio. Significativa l’interpretazione, nel ruolo di Tiresia, di Enzo Turrin che  ha reso incisiva la sua profezia con i toni e il carisma del cieco che vede con gli occhi della mente. Anita Bartolucci è Giocasta, la madre e moglie di Edipo che quando intuisce la verità dell’enigma cede e il personaggio che sembrava sicuro e rassicurante ha come una implosione. Piergiorgio Fasolo è Corifeo mentre Paolo Serra è il messaggero, due interpretazioni equilibrate nel disegno scenico. Alberto Fasoli è il Servo e Teseo mentre Max Malatesta è Polinice.


Le luci di Franco Buzzanca hanno colorato le vicende di Edipo come le musiche di Antonio Di Pofi ne hanno sottolineato i passaggi emotivi mentre i costumi di Maurizio Millenotti hanno evidenziato la quotidianità delle mitiche verità umane.


Pur nell’inclemenza della serata, è stato uno spettacolo suggestivo e trascinante per l’alta resa attorale che ha entusiasmato il folto pubblico presente che ha applaudito ripetutamente gli artefici di questo spettacolo.