Rappresentazioni classiche 2009:
Medea e Edipo a Colono
di Carmelo La Carrubba



L’evento annuale degli spettacoli classici riesce a creare sul colle del Temenite nell’anfiteatro greco di Siracusa un’atmosfera di incanto che polarizza l’attenzione del vasto pubblico. L’edizione attuale sembra rientrare in quella che pare essere codificata come la tradizione fuori da inutili sperimentalismi o assurdi modernismi. Il tema di quest’anno scelto dall’INDA è quello dello straniero che vede in “Medea” di Euripide una delle più potenti rappresentazioni di una figura femminile che chiama ad un esame di coscienza chi attualmente lo affronta e di un vecchio apolide in “Edipo a Colono” di Sofocle che ancora non trova una nazionalità ma che l’esperienza di chi ha impersonato il potere e – senza volerlo – alcuni difetti dell’uomo ed offre la sua riflessione e il suo giudizio prima di morire.


Innanzitutto vorrei parlare dello spazio scenico e della loro sistemazione ad opera degli architetti Massimiliano e Doriana Fuksas, al loro esordio come scenografi fra le antiche pietre, dei due spettacoli che hanno una ispirazione comune e l’intento di riflettere – attraverso una grande lama concava – l’azione della tragedia e gli sviluppi della trama attraverso  specchiando tutto ciò che accade intorno in modo da coinvolgere il pubblico e invitarlo alla riflessione. Una scenografia apparentemente semplice ma suggestiva perché capace di evocare i flussi emozionali del passato che sia il luogo che le opere rappresentate si riflettono anch’esse come il carattere tragico delle storie – attraverso il riflesso della lama – assumendo le ombre le sembianze di esseri primitivi simili alle scimmie. Questo specchio diventa il fulcro nevralgico  del forte impatto visivo per il pubblico che può “rivedersi” nella storia che si rappresenta e si muove fra il giuoco della quotidianità e l’eco dell’eternità: sono momenti di rara intensità che solo il teatro può dare nel far rivivere un rituale che è del passato in uno spazio che non si può non definire sacro.


Lo spettacolo “Medea” con la regia di Zanussi punta sulla figura della protagonista che è legata al mito del sole che alla fine della tragedia la riscatta e la sottrae al giudizio degli uomini attirandola – fuori dall’umano – nella sfera del divino. E’ anche il mito del sole che fa soccombere gli oppositori e che la lama dei Fuksas riflette con implacabile sollecitudine. La Medea euripidea donna barbara e capace dei più infami delitti è tale anche perché dei barbari sia i greci che Euripide erano convinti che fossero falsi e spietati e li temevano per la poca considerazione che avevano degli estranei.  Medea – inoltre – ha dentro di sé il peso del tragico e il suo comportamento oscilla fra una notevole lucidità mentale e una passionalità sfrenata in quanto è diabolica perché sa fingere, sa colpire perché sa essere supplice disarmata, sa essere una perseguitata, ma sa soprattutto simulare un pentimento e un ritorno di fiamma.
Medea conosce l’arte di convincere gli altri per rovinarli. Si muove sempre fra lucidità e furore architettando in maniera razionale una vendetta perfetta. E fra le motivazioni che le fanno sopprimere i figli c’è la consapevolezza da parte di Medea che loro non sarebbero sopravvissuti perché stranieri in una terra maldisposta e in una famiglia che rifiutava gli estranei non potendo, altresì, essere protetti dal padre. Elisabetta Pozzi ha disegnato una Medea ricca di questi contrasti che punta sulla simulazione per essere convincente e ha creato uno splendido personaggio ora umano ora disumano a seconda delle circostanze ma sempre lucida nelle azioni che la caratterizzano, scaltra nella seduzione del suo uomo creando una gamma di situazioni e di espressioni in cui il gesto, il linguaggio del corpo ma soprattutto la voce riescono a rappresentare i risvolti del sentimento nonché le efferatezze di un animo tragicamente sconvolto dal rancore e dalla vendetta che l’ha portata al delitto e a interloquire col pubblico trascinandolo alla partecipazione. Una intensa, grande interpretazione che si iscrive fra i notevoli esempi che l’hanno preceduta e che sottolineano la grandezza e la magia dello spirito tragico quando si recita al meglio fra le pietre del Temenite.


Maurizio Donadoni è Giasone nei panni del greco civile ma vanitoso, spregiudicato ma opportunista, infido e vile che si oppone a Medea senza una opportuna valutazione: fonda la forza del suo discorso sul convincimento maschilista di un eros vincente senza notare che la forza del  discorso, la sua logica sta altrove o meglio è appannaggio della scaltrezza di Medea. Un bel contrasto scenico che si avvale di una robusta prestazione attorale. Antonietta Cabonetti veste i panni della nutrice mantenendo un carattere umano e comprensivo; Francesco Alderuccio è il vecchio Egeo mentre Michele De Marchi interpreta il tiranno; Francesco Piscione nel ruolo del messaggero è stato lungamente applaudito per il suo lungo monologo narrativo. Rita Abela, Valentina Bardi ed Evita Ciri hanno guidato efficacemente il coro contribuendo a creare uno spettacolo grandioso e dall’alta resa stilistica dovuta agli attori ed a una regia, quella di Zanussi, che puntato sullo scavo dell’animo umano sviscerando alla grande un capolavoro che è stato applaudito freneticamente durante e soprattutto alla fine dello spettacolo.

L’altro spettacolo è “Edipo a Colono” di Sofocle in cui si conclude la vicenda dello sventurato giovane che ignaro uccide il padre Lario e sposa la madre, e con lei mette al mondo dei figli che sono anche suoi fratelli e sorelle e che per punirsi – pur essendo senza colpa – si acceca. Ma questa motivazione diventa nel tempo e nella sua esperienza un simbolo perché quello che l’uomo non vede con gli occhi, può vederlo con la mente e può riuscire a vedee oltre la vita. In questo testo, Sofocle narra di Edipo che, dopo aver tanto vagato al braccio della figlia-sorella Antigone, va a morire ma prima si ferma in un bosco sacro alle Eumenidi e non vuole muoversi nonostante tutti cerchino di tirarselo a casa propria per contendersene dopo il corpo ma lui vuole morire a Colono, la città del suo creatore. La tragedia, nella traduzione di Giovanna Cerri e nella lucida e partecipe regia di Daniele Salvo, è sostanzialmente un consuntivo dell’esistenza di Edipo, di un re che aveva conosciuto il potere e le sue insidie. Pertanto il suo consuntivo è a disposizione degli altri perché non si può vivere solo per se stessi ma bisogna tenere in conto i debiti contratti con l’umanità. Infine Edipo, concludendo la sua giornata terrena, vuole pareggiare i conti con i suoi figli che lo scacciarono da Tebe come un mendicante, e offrendo agli ateniesi  il frutto di un’esistenza piena di riflessioni e contributi. E i cittadini gli attribuiscono un premio oltre la tomba quando Edipo si avvia nel bosco sacro di Colono conquistando l’eternità per l’impegno profuso durante la vita. Ma la fine di Edipo è straziante ed illuminante insieme per la riflessione esistenziale sulla vita e sulla morte nella condizione di un vecchio che si accinge consapevolmente al trapasso. Si avverte come la serenità  e la saggezza di questo vecchio – pur nella consapevolezza della morte e dell’eternità – è tutta rivolta verso la vita anche se la sua è quella di un mendicante cieco. Giorgio Albertazzi che per bravura ed età indossa i panni di Edipo, dirige i suoi passi in direzione di quella che sarà la sua eternità lontana dagli affetti familiari con cui prima si era scontrato quando il figlio Polinice lo vuole dalla sua parte dimenticando di averlo, a suo tempo, scacciato.
La lucidità e la determinazione di Edipo diventano proverbiali di fronte all’offesa dei figli che vengono puniti col diniego e la voce del protagonista assume una profondità e l’autorità sovrumana di una figura divina che parla con i toni dell’oracolo. In questo monologo senza azione si svolge la vicenda di Edipo; e la regia ha voluto movimentare la scena con la prorompente cavalcata di Teseo ora confidente ora liberatore o con le tonanti saette di Zeus che impongono la volontà divina, senza dimenticare il dinamismo sentimentale delle figlie: Antigone ben costruita da Roberta Baronia e Carmelinda Gentile nel ruolo di Ismene.
Interlocutore privilegiato di Edipo è Teseo interpretato efficacemente da Massimo Nicolini che ha creato un personaggio altamente spettacolare che è stato – a scena aperta – lungamente applaudito mentre ricco di risvolti psicologici è Creonte a cui ha dato figura Maurizio Donadoni in un alternarsi di toni ora retorici ora aggressivi; Polinice è disegnato da Giacinto Palmarini in un ruolo che ne preannuncia la fine sua e della sua stirpe maledetta che di fronte ad essa non retrocede. Il coro è guidato da Francesco Alderuccio, Francesco Piscione e Davide Sbrogliò che esprimono nell’assieme il pathos di una tragedia che travalica  la fine di un vecchio.
Marco Podda con la sua musica evocativa sottolinea l’elegia di una storia a momenti strazianti. Lo spettacolo, che si avvale delle luci di Elvio Amaniera, aggiunge effetti inimmaginabili ad una tragedia classica che riesce a coinvolgere il pubblico che ha applaudito tutti ma in particolare Massimo Nicolini.