Emma B vedova Giocasta
di Carmelo La Carrubba

 

 

Giocare col mito dopo averlo rievocato non è facile ma risulta istruttivo e ci vuole una buona tempra di scrittore per affascinare e convincere il lettore. Alberto Savinio (Atene 1891-Roma 1952)
Ha quella tempra e partendo dal Mito vi ritorna dopo aver “verificato” sulla confessione di Emma B quanto esso sia vitale nella sua essenza e nelle sue conseguenze.
Lettore attento di Savinio Gianni Salvo regista dello spettacolo “Emma B vedova Giocasta” (1949) in scena nel suo Teatro il Piccolo di Catania ci ripropone questa storia senza tempo cioè mitica ( come indica l’orologio senza lancette che domina la scena disegnata da Oriana Sessa) che pur ambientata nella Seconda Guerra Mondiale svela le direttive di un DNA che ne segna gli sviluppi esistenziali.
Una lettera annuncia il ritorno dopo quindici anni del figlio Millo alla madre Emma. Nell’attesa la madre ripercorre sul filo della memoria episodi della loro esistenza in comune come quando nel 1944 l’aveva salvato dalla deportazione nazista con una mossa sfrontata ( si era fatta trovare nuda sulla tazza del bagno a fare i propri bisogni mentre il figlio silenzioso era nell’angolo e costringendo il militare alle scuse) o quando giovanotto vedendolo nei panni del padre in lui riconosce la figura del vero uomo che ha sempre desiderato. In questa autoanalisi che fa la protagonista è presente la femminilità di una donna che svela attraverso la potenzialità evocatrice dei vestiti indossati dal figlio la natura del suo desiderio femminile.
Questo testo che si ispira al mito di Edipo in cui Giocasta inconsapevolmente sposa il figlio compiendo l’incesto, riportato alla quotidianità di Emma B affronta, durante la rievocazione, tutti i risvolti dell’intimo di una donna nella sua ricerca di felicità.
Emma B scopre come diversità e trasgressione spesso coesistano e il figlio Millo che ha sposato più donne che somigliavano fisiognomicamente alla madre ma che venivano volta per volta lasciate perché non erano la madre e da qui Emma B ha la coscienza di come il suo desiderio di felicità coincida e con quello del figlio e con la necessità dell’incesto quale suo unico amore possibile.
Il monologo che più di altri mezzi svela in maniera diretta attraverso la parola la verità ci fa conoscere quella di Emma B che nell’attesa dell’arrivo del figlio si consuma nel vagheggiamento ad occhi aperti di quanto la sua immaginazione ha creato per un progetto di felicità.
La protagonista che ha tanto in comune con la Zinnie di “Giorni felici” di Beckett o “Donna Rosita nubile” di Lorca segna i confini dilatati di un desiderio di un desiderio in cerca di felicità. Quello che disarma in questa confessione è la spietata esigenza a tutti i costi di chiarezza che è in fondo la cifra stilistica di Savinio prima e di Gianni Salvo in questo spettacolo
La musica di Pietro Cavalieri fra fughe e motivi ora allegri ora strazianti accompagna il cammino a ritroso della memoria della protagonista
Carmen Panarello ha interpretato con notevole forza interiore il dramma di Emma B fino a sciogliersi verso la catarsi finale della consapevolezza di quale fosse il suo desiderio nei confronti del figlio sentito intensamente anche come amante , marito. L’attrice si è mossa leggera, misurata nel gesto e nell’incedere, mimando spesso i moti dell’animo con notevole forza espressiva. Un gran personaggio una superba interpretazione.
Pubblico attento per tutto l’arco della rappresentazione con un lungo scrosciante applauso nel finale.