Enrico IV
di Carmelo La Carrubba


 

Se non è difficile sostenere che la tragedia pirandelliana dell’ “Enrico IV” sia da spiegarsi con la fragilità dell’animo umano di cui la follia è una delle componenti più importanti, è altrettanto vero che per interpretare un uomo carico di dolori per una vita non vissuta sia un attore di grande esperienza e  uomo provato dagli anni, che possa rappresentare la tragedia della frantumazione dell’io in un essere umano. E Ugo Pagliai è l’attore capace di poter affrontare ruoli complessi come l’Enrico IV o per fare un esempio lo scespiriano “Re Lear”. E con questo spettacolo l’ha fatto da vero grande attore: Parliamo dello spettacolo “Enrico IV” di Pirandello in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania che ha già esaurito la disponibilità dei posti in ogni ordine e grado fin dall’esordio.

La tragedia ha un antefatto che risale a ventenni prima quando un gruppo di amici in occasione del carnevale organizza una cavalcata in maschera. Ventenni dopo la tragica cavalcata in costume in cui il protagonista dopo la caduta si è “fissato” nel personaggio di Enrico IV che interpretava al momento del trauma, riceve la visita di Matilde Spina (la donna di cui era innamorato) insieme al marito Belcredi (il vecchio rivale in amore) e alla loro figlia Frida accompagnata dal fidanzato marchese Di Nolli nipote di Enrico IV. Il dottore Genoni è con loro nell’intento di farlo rinsavire ricorrendo allo “stratagemma” di mettere davanti al folle contemporaneamente Frida e la madre Matilde, vestite con lo stesso costume del giorno della cavalcata, in modo da rendere palese la distanza di tempo e farlo rinsavire. L’espediente del medico funziona in quanto il folle parla e agisce come un savio mentre la saggezza dei suoi amici appare come una inconsapevole follia. E inoltre il protagonista prende coscienza che la vita è già passata e lui non l’ha vissuta e questo “furto” esalta la sua sensibilità. Enrico incapace alla fine di amare e di vivere la vita dopo l’infelice tentativo di abbracciare Frida che porta all’omicidio di Belcredi, non gli resta che accettare di rifugiarsi nuovamente nella follia estraniandosi dal mondo. Il simbolismo metaforico della tragedia è implacabile nell’indicare che la vita è la vera mascherata e noi siamo dei pagliacci involontari. Inoltre la follia è una malattia ma è anche una maschera che ci consente di vivere comunque in questa società dove si può diventare anche attori di se stessi e fingere di essere vivi mentre si interpreta un personaggio. Infatti Enrico prima dell’esperimento è un folle dopo diventa l’attore che recita Enrico IV.

In questo labirinto mentale la regia di Paolo Valerio porta chiarezza e detta i tempi di una logica scenica inoppugnabile nel definire stati d’animo e cambiamenti del protagonista che ha in Ugo Pagliai l’interprete ora sano ora folle ora lucidamente consapevole del suo stato. Paola Gassman in questo gioco delle parti è particolarmente efficace nell’esprimere di quella classe borghese a cui appartiene gli infiniti risvolti di un modo di intendere la vita e l’ha fatto con una interpretazione asciutta ma espressiva di grande padronanza scenica. Un cast ben affiatato da Roberto Petruzzelli nel ruolo del dottore ad Alessandro Vantini, nel ruolo di Belcredi a Beatrice Cardini nel ruolo di Frida, figlia di Matilde a Teodoro Giuliani, Roberto Randelli, Giuseppe Lanino, Andrea De Manicor, Francesco Godina e Francesco Mei.  Le scene di Graziano Gregari e i singolari costumi di Carla Teti a cui uniamo le luci di Antonio  Di Pofi creano quell’atmosfera ora cupa ora falsamente “normale” che può avere uno spazio in cui vive un recluso.

Pubblico attento e silenzioso per esplodere alla fine in tanti e tanti applausi.