Erano tutti miei figli
di Carmelo La Carrubba

 

 

Il dramma di Arthur Miller “Erano tutti miei figli” è una denuncia civile del modello produttivo capitalistico in tempo di guerra. Lo scrittore americano di idee progressiste non è un rivoluzionario ma un moralista e ambienta il dramma nella Seconda Guerra Mondiale raccontando di un industriale cinico e spregiudicato che vende pezzi di aerei difettosi all’Aeronautica provocando la morte di ventuno giovani piloti.
Lo spettacolo “Erano tutti miei figli” è in scena al Teatro Stabile Verga di Catania per la regia di Giuseppe Dipasquale e pone il tema della responsabilità del singolo e quello del sistema economico che ne consente il benessere con indifferenza morale.
La storia di Joe Keller, il protagonista, per la sua tragicità investe il nucleo familiare in quanto uno dei figli dell’industriale sarà vittima degli affari del padre. Egli è però abile nel nascondere la sua colpa facendola ricadere sull’innocente socio che andrà in galera. Ma col tempo la sua colpa sarà smascherata in un confronto drammatico col figlio; successivamente ammessa e infine pagata con la vita.
La storia dell’industriale Keller, rozzo e spietato affarista rappresenta il volto del capitalismo americano dell’epoca denunciato da Miller in cui viene condannato il profitto economico spregiudicato avvertendo l’esigenza di una forte spinta morale che eviti la tragedia di giovani vite umane: fra queste ci sarà quella del figlio pilota che cadrà vittima di un pezzo difettoso del suo aereo. Le ripercussioni in famiglia saranno devastanti per la madre ma si farà sentire l’intransigenza morale di Chris, l’altro figlio, che determinerà la fine del padre.
Nel disvelamento della storia della famiglia Keller c’è la potenza drammaturgica di una metafora che dà forza e senso alla vicenda umana del singolo ma riflette il malessere di un sistema economico spietato nel suo cinismo. L’epilogo finale riflette la tensione drammatica che scatenerà la tragedia come nei grandi classici del teatro greco.
Grande prova di Mariano Sigillo nella interpretazione del personaggio Keller ricco di sfumature e di ambiguità sia nei confronti della moglie assecondandone l’idea che il figlio disperso ritornerà sia nella determinazione con cui difende i suoi rozzi convincimenti dell’arricchimento a tutti i costi, sia nell’abilità con cui incastra il socio, sia nella suadente capacità di attrarre l’altro figlio nella gestione della fabbrica per fargli condividere il suo metodo fino alla apparente tolleranza che il figlio sposi la fidanzata del fratello morto o l’atteggiamento generoso verso il figlio del socio purchè riconosca le sue ragioni. Egli rappresenta la mentalità di una generazione di industriali che non sembra sia scomparsa dalla scena mondiale. Ecco l’attualità di Miller. Infine Sigillo padre interpreta la tragicità del personaggio nello scontro chiarificatore col figlio Ruben Sigillo, una gran bella scoperta per il pubblico per la sua bravura.
Questo attore che appartiene ad una nuova generazione che farà molto parlare di sé, mi richiama alla mente la recente interpretazione di Tommaso Cardarelli in “Servo di scena”.
Anna Teresa Rossini è la moglie di Keller che porta con sofferta eleganza i fasti e le conseguenze degli errori del marito in una convivenza fatta di compromessi. Un personaggio ben interpretato a tutto tondo dalla protagonista.
Completano il cast Silvia Siravo, Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Annalisa Canfora, Giorgio Musumeci.
La scena di Antonio Gambino è un esterno, una veranda in un giardino che fa parte della villa: un salotto per privilegiati, protettivo che diventa una gabbia. I costumi di Silvia Polidori sono quelli degli Anni Cinquanta.
La regia di Giuseppe Dipasquale ha creato un linguaggio scenico chiaro, diretto per appurare la verità fino all’epilogo finale curando, nel mentre, il contesto storico e spiegando la mentalità di casta con lucida intelligenza.. Ha scolpito i personaggi in un crescendo drammaturgico di notevole intensità fino alla tragedia finale.
Applausi, applausi di un pubblico appagato che ha appezzato lo spettacolo e la bravura degli attori.