L'eredita dello zio canonico
di Carmelo La Carrubba



La versione de “L’eredità dello zio canonico” di Antonio Russo Giusti (1876-1957) avvocato catanese – in scena al Teatro Musco per lo Stabile di Catania -  operata da Turi Ferro e messa in scena nel 1984 – testimonia, ancora oggi, un allestimento sempre nuovo e in grado – nel solco della tradizione e del comico – di essere attuale per la su “classicità” ma soprattutto per ribadire un aspetto importante del grande attore pirandelliano, la sua vis comica perché, fra l’altro, Turi Ferro fu anche attore comico e nel suo “piccolo” autore di adattamenti – faccio solo qualche esempio: “L’aria del continente”, “L’altalena”, i testi di Molière – portati alla perfezione scenica per la sua indubbia conoscenza del mestiere dell’attore di cui ancora ammiriamo, in questo rifacimento, la sua meticolosa cura dei particolari e l’attenta impostazione dei tempi comici. Non dimentichiamo che Turi Ferro allievo del padre nasce attore di filodrammatica nell’oratorio salesiano di San Filippo Neri nel filone di una tradizione naturalista ora comica ora drammatica; egli poi nella sua evoluzione e maturità è diventato l’attore completo che conosciamo, l’interprete di talento. Il figlio di Turi Guglielmo regista ormai affermato, pur vocato alla contemporaneità, ha mostrato con questa regia, senza che ce ne fosse bisogno, il suo grande amore per il padre e per una tradizione teatrale senza la quale,  crediamo, non avrebbe corposità la sua visione di un teatro contemporaneo e moderno.


Per questo cinquantenario lo Stabile di Catania ha messo in campo i “suoi” attori di seconda generazione che si sono formati alla scuola di Giusti, Meli, Di Martino, Ferro, Spadaro, Anselmi, Abruzzo e stanno portando avanti una tradizione, iniziata da Musco, con impegno e una notevole resa artistica.
Eppoi – lasciatemelo dire – concordo con l’attuale direttore artistico, il regista Giuseppe Dipasquale, che in questa diatriba fra antico e innovativo, fra teatro di tradizione, d’avanguardia e di ricerca alla fine c’è solo lo spettacolo (parliamo di quello valido)  fatto di testi, attori, pubblico e un palcoscenico e che soprattutto a teatro niente è mai scontato o uguale a sé stesso e non solo quando cambiano le componenti dello spettacolo – fra una serata e l’altra o fra una città e l’altra, a volte,  ci è capitato di assistere a spettacoli dalla resa completamente diversa.
Lo spettacolo “L’eredità dello zio canonico” è una tipica commedia degli equivoci, delle gag, delle situazioni grottesche e paradossali ora patetiche ora comiche in cui si rappresenta un’epoca attraverso le vicende di una famiglia, quella di Antonimo Ferlazza, della loro vita quotidiana in cui vengono evidenziati le viltà, le miserie dell’animo umano in cui prevalgono l’avarizia, il possesso della roba, il servilismo, l’avidità, la rivalità soprattutto fra parenti, la vocazione al piangersi addosso e al mutare atteggiamento per opportunismo e tutti quegli aspetti ambigui che sovrintendono sulle relazioni umane fino ai toni tragici e grotteschi o decisamente comici.
Il “segreto” del successo di questo spettacolo è dovuto alla sinergia di intenti fra la regia che ha impostato i movimenti scenici e gli attori che hanno sviluppato i personaggi interpretandoli nei tempi rigidi della necessità del comico che sottintendono alla nascita della risata: ora amara ora a gola aperta e tanti sorrisi per la bravura degli attori di cui  - fra tante – sottolineo la scenetta fra il protagonista Antonio Ferlazza e il cavaliere Amore, il padrone di casa, quando nella consegna degli inviti ai condomini per il funerale, questi cartoncini vengono adoperati come carte da giuoco simulando una partita a carte. Una situazione reale che nel gioco attorale diventa prima paradossale e poi surreale ben sostenuta da due attori che sono Mimmo Mignemi ed Angelo Tosto che ben si misurano con quella affermatissima di Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina.
La vicenda della commedia è nota: il nipote del canonico, morto lo zio, si aspetta l’eredità, anche perché ha dedicato la sua vita a quella dello zio, ma per un banale ritardo nella consegna di un plico si scatena tutta una serie di equivoci ed incomprensioni che rappresentano il contenuto dello spettacolo. Alla fine tutto sarà chiarito non appena sarà consegnato il plico.


Mimmo Mignemi sulle tracce rigorose di un percorso registico è stato sé stesso in quanto da quell’attore di razza qual è – pur con dei tratti per ruoli drammatici – ha tirato fuori il suo talento comico dai tempi fulminanti che accendono la risata dello spettatore con le sue battute ma ha creato il personaggio anche nelle sue miserie quando si paragona alla lumaca che ha le corna ma ha anche la casa mentre a lui erede non è stato lasciato dallo zio il palazzo ma nello stesso tempo la cugina ha ventilato la calunnia che lo zio abbia avuto una relazione con la moglie. Per cui cornuto ma senza casa cioè senza un compenso consolatorio. Scena che dal patetico vira al grottesco e definisce il personaggio.
Subito dopo metterei il personaggio del cavaliere Amore di cui Angelo Tosto ha disegnato un ritratto indimenticabile in cui la cifra più ricca è costituita dalle numerose gag e dall’intesa che ha con Mimmo Mignemi che avviene anche senza cercarsi. Almeno così sembra.
Alessandra Costanzo non è seconda a nessuno perché sono bravissimi i protagonisti principali ma sono perfino bravi Valeria Panepinto e Alessandro Idonea in ruoli secondari. Anche lei la Costanzo nel ruolo di Maddalena Gavazza, sua cugina è stata implacabile nei confronti del cugino sia quando lo calunnia sia quando, aperto il testamento, l’erede – per quel ritardo nella consegna del plico – resta senza eredità e deve pagare una parcella alla cugina. Due facce, la prima drammatica, implacabile, feroce, la seconda di ilarità irridente verso i parenti trascinante per il pubblico. In questa scena è stata ben coadiuvata da Fiorenzo Fiorito nel ruolo del marito.  Altra ottima interpretazione quella di Margherita Mignemi nel ruolo di Nenza, moglie di Antonio che è passata dai toni alti della superbia, nel ruolo della nuova ricca a quelli mortificati della diseredata fino a riacquistare al personaggio i toni umani del raggiunto equilibrio. Misurata  Maria Rita Sgarlato nel ruolo di Aitina, figlia di Antonio, ha sviluppato con coerenza ed efficacia.

  Il ruolo della brava ragazza siciliana che non cade nella trappola dell’eredità.  Ben sostenuto il ruolo del vicario Chiarenza da Riccardo Maria Tarci vero deus ex machina della vicenda. Turi Giordano è Michelino “’u giovini” del notaio in una caratterizzazione comica veramente efficace e così Domenico Gennaro nel ruolo di Turi Nasca, anche lui con brevi tratti ha creato un personaggio tragicomico. Aldo Toscano è il notaio, credibile ed autorevole nel ruolo. Plinio Milazzo è Mario Gavazza, cugino di Antonio e fidanzato della figlia, un ruolo ben sostenuto con Mimmo Mignemi che di questo spettacolo resta il mattatore assoluto, colui che continuerà la tradizione comica allo Stabile.
All’insegna dell’allegria il motivetto musicale di Pippo Russo mentre costumi e scenografia di Giuseppe Andolfo ricreando interni d’epoca rendono verosimile le vicende della famiglia Ferlazza. Ciccio Contraffatto notevole pittore di casa nostra è stato anche scenografo allo Stabile firmando – fra l’altro – l’edizione precedente quella con Ferro. Il cinquantenario – prima che scada – non potrebbe o dovrebbe ricordare questi personaggi che sono stati importanti nella storia dell’Ente e che costituendo componenti essenziali dello spettacolo meritino  la dovuta attenzione?


In questo spettacolo dove le battute esplodevano come le “castagnole” il divertimento e le risate sono state assicurate ad un pubblico che riflettendo ha riso del personaggio alla fine applaudendolo sempre a più non posso.