"L’estorsione"
Estorsione psicologica nel testo di Salvatore Scalia

 

Il Teatro Stabile di Catania, nell’ambito della sezione dedicata al Teatro Cronaca", ha presentato, all’interno della stagione di prosa 2001/2002, nella sala del "Musco", "L’estorsione", prima assoluta del testo del giornalista catanese Salvatore Scalia.

Sia "L’estorsione" di Scalia che "Questa terra diventerà bellissima" di Felice Cavallaro analizzano e penetrano all’interno del complicato mondo degli intrecci malavitosi e mafiosi, soffermandosi sui risvolti che vedono coinvolta la società e quindi la gente comune. Lo spettacolo del giornalista catanese Salvatore Scalia, dopo l’esperienza di "Confessioni di un pentito", ritorna ad analizzare il complicato mondo mafioso, puntando stavolta l’attenzione sull’aspetto diffuso e devastante, dal punto di vista psicologico, dell’estorsione.

La vicenda prende in esame le angosce, le paure, le psicologie dei componenti della famiglia Pappalardo, alle prese il racket del pizzo e con l’intervento, come paciere, dell’amico di turno, l’appaltore Alfio Falsaperla, che disinteressatamente (almeno a parole), provoca ed ottiene nell’ambito di una complicata famiglia, una serie di reazioni diversificate: dalla paura del capofamiglia alle insicurezze e paure della madre, dagli ideali del figlio oppresso dalla madre alla ribellione dell’orgoglioso nonno, ormai trascurato da tutti.

E’ un mondo claustrofobico e di sconfitte psicologiche, quello raccontato da Scalia, dove regna la sfiducia nella giustizia, la paura delle ritorsioni del racket, il bisogno di sbattere la porta in faccia ad una realtà costruita dalla televisione, dai mass media, dal potere qui rappresentati dal fascino di una bella donna che vuole convincere tutti che si vive nel migliore dei mondi possibili. E nello sfondo di una metaforica Etnopoli (la città della gioia dove si svolge la vicenda), dove si consumano l’ennesima estorsione ed i mille conflitti generazionali di una famiglia in condizioni non proprio floride, , è sempre presente il respiro caldo, protettivo ed allo stesso tempo opprimente, del vulcano.

Turi Scalia costruisce un testo dove la realtà si confonde con la metafora, con i simboli e l’allegoria, un testo che nel volere raccontare i risvolti psicologici dei protagonisti, l’estorsione della loro coscienza, del loro mondo, accusa evidenti cedimenti quando si passa dal copione alla messinscena, dove si notano luoghi comuni o meglio tutto ciò che quotidianamente apprendiamo dalle pagine dei giornali, dalla cronaca spicciola.
In scena rendono particolarmente intensi i caratteri dei protagonisti Matilde Piana (la madre Assunta), Stefano Onofri (il capofamiglia, Tino Pappalardo), Giovanni Rizzuti (il figlio Angelo), Gianni Alderuccio (il nonno), Maria Cristina Blu (il sexy banditore), Rosario Minardi (il maresciallo dei Carabinieri), Nadia Perciabosco (la cameriera), Franco Sciacca (Alfio Falsaperla).

Ninì Ferrara cerca di rendere, nei due tempi, meno pesante lo spettacolo, che diventa indubbiamente più scorrevole nella seconda parte anche se, ripetiamo, nel suo complesso, ci pare troppo carico di simbolismi e metafore e di qualche luogo comune come quello del potere dei mass media, della sfiducia nella giustizia, dei figli ribelli e dei padri accomodanti. Semplici la scena ed i costumi di Dora Argento, consono al tema trattato il commento sonoro di Marcantonio Infascelli, efficace il gioco di luci curato da Franco Buzzanca.

Maurizio Giordano