La famiglia dell'antiquario
di Carmelo La Carrubba



Con “La famiglia dell’antiquario” Goldoni (1707-1793) rappresenta momenti sempre più significativi della realtà viva e articolata della società veneziana (pur essendo la commedia ambientata a Palermo) avendo ormai reciso i condizionamenti e i retaggi della Commedia dell’Arte per la creazione di un “teatro nuovo”. E rappresenterà un fondamentale punto di riferimento con le sedici commedie (questa è la sesta) aprendo una fase nuova nella drammaturgia goldoniana (quest’opera con il sottotitolo “La suocera e la nuora” debuttò nel 1750 durante il Carnevale). Perché è una commedia d’ambiente e insieme di carattere che rappresenta la società di Venezia colta nel suo intreccio di contraddizioni sociali, economiche, culturali. E sono tre – in particolare – i temi sviscerati da Goldoni: la satira feroce alla mania del collezionismo (conte Anselmo) che è all’origine del dissesto e non solo finanziario della famiglia; il contrasto o meglio le liti fra suocera e nuora fra Isabella moglie del conte e la nuora, Doralice, figlia del ricco mercante Pantalone; il ritratto grottesco del cicisbeo retaggio di un settecento che non vuole tramontare.

Goldoni vuole dare l’impressione di rimanere neutrale nello scontro fra le due donne ma fra l’ostinata borghese Doralice e la scostante aristocratica donna Isabella le sue simpatie sono per la prima di cui crea uno dei più memorabili personaggi del suo teatro. Una felice misura lo guida nella rappresentazione del conte Anselmo con la sua smania di collezionista mentre costruisce con grande convinzione il personaggio di Pantalone, mantenendo ancor più lucida l’analisi con cui è illuminato il fenomeno del cicibeismo.


Goldoni inventò col suo teatro il ruolo e la fisionomia culturale dell’autore comico di mestiere e nell’opera creativa di scrittore di teatro elaborò una lingua capace di esprimere – pur nell’impasto fra dialetto e nuovo lessico – in maniera nuova fatti e sentimenti, situazioni e rapporti interpersonali – tanto da assumere – nella creazione dei caratteri dei suoi personaggi e nella profondità dell’analisi psicologica – la peculiarità di quello che chiamiamo modernità per cui le sue suocere e nuore ieri come oggi continuano a litigare,i nuovi ricchi continuano a conquistare il potere e il denaro continua a vincere su tutto. Perché già Goldoni aveva creato i suoi personaggi senza maschera, uomini veri, donne genuine dalle personalità spiccate,, dai caratteri netti. Un vero genio; un talento teatrale tutt’ora attuale.


Il regista Lluis Pasqual ha rispettato la lingua originale e il testo è stato rimaneggiato soltanto nel finale creando un inedito epilogo.
Ottima la prima parte dello spettacolo con tempi scenici sciolti e incalzanti capace di dare un tono allegro alla commedia anche quando ironia e grottesco portano alla riflessione. C’è un calo di tensione nella seconda parte dovuto alla scontata modernizzazione – a tutti i costi – con costumi, musica e suppellettili, delle situazioni. Mentre è interessante l’impennata finale quando il borghese Pantalone prendendo le redini del comando in casa dell’aristocratico conte detta le regole di comportamento di quella che sarà la famiglia borghese e lo fa scendendo in platea come se le avesse scritte col pubblico che rappresenta l’opinione pubblica. La scenografia d’epoca con i fondali dipinti di Ezio Frigerio diventa intrigante con il fondale ruotante che sottolinea il passare del tempo. I costumi d’epoca e quelli moderni sono di Franca Squarciapino così le musiche di Antonio di Pofi.
Eros Pagni ha dominato la scena  con il personaggio del borghese Pantalone  a cui ha reso il carattere netto e determinato, umano e lungimirante rendendolo – per molti versi – difficile da dimenticare.
Gaia Aprea nei panni della nuora in questo aspro confronto-contrasto con la suocera ha disegnato una splendida figura di donna mostrando i segni di una personalità spiccata dal carattere indomabile verso una suocera altrettanto combattiva e ostinata, sorretta soltanto da un orgoglio che tiene a malapena in vita un prestigio aristocratico ormai in via di estinzione. La contessa Isabella, nel ruolo della suocera, è interpretato con grande abilità da Anita Bartolucci.
I personaggi maschili, al di là dei servi con in testa Brighella che vivono per rubare approfittando delle debolezze degli aristocratici, sono degli imbelli, dei deboli con in testa il conte Anselmi interpretato ottimamente da Virginio Zernitz, vero dissipatore di una classe in agonia che come un vero malato svolge il suo compito di amatore di cose antiche senza avere nessuna competenza alla mercè di imbroglioni che lo derubano. Il conte figlio, Aldo Ottobrino, in quel marasma nobiliare riscatta la sua inettitudine intuendo che l’unica salvezza è affidarsi al suocero, vero uomo nuovo che anticipa la Rivoluzione francese, e va a lavorare con lui, imborghesendosi. Ottimo il disegno  creato da Nunzia Greco nel disegnare il ritratto di Colombina si direbbe serva di due padrone. Così lo spregiudicato Brighella interpretato da Piergiorgio Fasolo. Il ruolo di cicisbeo è interpretato in due aspetti diversi da Enzo Turrin e da Paolo Serra. Arlecchino è Giovanni Calò e Pancrazio Massimo Cagnina.
Pubblico convinto e divertito ha applaudito durante ma soprattutto alla fine dello spettacolo.