Faust
di Carmelo La Carrubba

 


Dopo 22 anni il grande attore e regista Glauco Mauri ripropone a Catania una nuova versione del “Faust” di Goethe: traduzione e adattamento teatrale di Dario Del Corno e dello stesso Mauri. Questa nuova versione dello spettacolo pur mantenendo i contenuti del testo goethiano ha un diverso linguaggio scenico più luminoso e brillante. I

 

l “Faust” è certamente un’opera “incommensurabile” ed è però una sorprendente fonte di meditazione sull’oggi e anche sul nostro domani non solo in quella che è la storia dell’uomo ma soprattutto per l’attualità che certi temi hanno sulla esistenzialità individuale: perché viviamo? Quale senso ha la nostra vita? Come potremmo cambiarla? Può il male risolvere i nostri problemi rispetto al bene? E così via!

Mauri, pur accettando la visione salvifica di Goethe che alla fine col pentimento sottrae dall’inferno, il suo protagonista, ha una visione laica ed è per un umanesimo in cui “L’uomo deve vivere per l’uomo” in questo fantastico viaggio che è la vita ma che lo è anche il teatro quando rappresenta la vita in un gioco molto serio. Questo capolavoro che è – come si sa – frutto della elaborazione di una vita artistica ebbe in Faust l’identificazione con l’”homo novus” intuito da Goethe che in lui volle rappresentare l’uomo moderno bramoso di dominio, di eros straripante ma anche desideroso di spiritualità espressa attraverso l’azione, la vita del proprio tempo.

Esprimendo anche una necessità di onnipotenza che contrasta con l’umana impotenza dell’individuo.

 

In questa storia dello scienziato che ha fatto il patto con il diavolo per risolvere l’eterno mistero della contesa fra la scienza e il mistero, fra il bene e il male, fra l’uomo e Dio, in cui è in gioco il destino umano è contenuto il senso delle nostre azioni. Inoltre ne scaturisce il dilemma fra la vita con i suoi desideri e l’ansia metafisica dell’al di là fra il fuggevole terreno e l’eternità. E nella lotta fra il bene e il male Goethe predilige – ripetiamo – la vittoria del bene purché ci sia un sorriso, una speranza, una simpatia per il divino.

Nelle due parti in cui è diviso lo spettacolo si rappresenta Faust in crisi con la scienza a cui ha dedicato la sua esistenza e sentendosi vecchio, senza aver vissuto, riscopre la vita, l’amore, il piacere. Il suo disagio esistenziale è immenso in quanto esprime il dramma dell’uomo moderno che avverte come la cultura sia inerte di fronte alle passioni amorose, alle malattie, alla morte. Questa consapevolezza spezza l’entusiasmo del poeta per cui, soggettivamente, egli è incapace di reagire. Nella seconda parte il discorso si oggettivizza. Faust viaggia in compagnia di Mefistofele, si reca a corte, frequenta il gran mondo, conosce Elena e ne ha un figlio. Elena è una statua e non ha il calore esaltante di Margherita. Questa visione marmorea della realtà è in sintonia con la Restaurazione che è – allo stesso modo – l’osservazione di un uomo anziano verso un mondo visto ormai con distacco. Che resta alla fine di Faust? Il fatto che egli sia il simbolo della sete di sapere, inesausto, dello spirito titanico dell’individuo insofferente dei freni sociali e ribelle alla divinità!


Mauri è lo scienziato che diventa giovane grazie alle diavolerie del Maligno ma è anche un Mefistofele bonario, ironico e comprensivo, quando ne assume le sembianze mantenendosi sempre più un bonario che un cattivo. Sturno è l’apparente antagonista in quanto Faust e il Diavolo sono, in fondo, due aspetti dello stesso problema in cui il secondo, pur fornito di una dialettica ubriacante, non si discosta di discorsi simili agli umani e soffre anche lui quando non ottiene i risultati sperati. Questa capacità speculare offerta dalla personalità dei due personaggi consente, ai due protagonisti, lo scambio dei ruoli e il riequilibrio dell’età nel cambio quando hanno firmato il patto fra il Diavolo e Faust. I due più che antagonisti sono – come dice con tanta ironia il Maligno – due poveri diavoli cioè due umani con tutti i limiti del caso. Una interpretazione a tratti spumeggiante a tratti dolente e perfida ma sempre robusta e trascinante.

 

Dora Romano interpreta Marta con misura ed è convincente nel ruolo frivolo e malizioso della donna disponibile; Cristina Arnone è Margherita: una bella interpretazione asciutta e senza fronzoli, intensa nella sua follia; l’ottimo cast si avvale di Marco Bianchi, Simone Pieroni, Alessandro Scalone, Francantonio, Mauro Barbiero, Alessandro Menin. Le scene di Mauro Carosi sono oltre che stupende funzionali e fanno scorrere i tempi scenici in maniera incalzante. I costumi di Odette Nicoletti ricreano a seconda delle scene grande fantasia e creatività nel rendere ora grottesche ora ironiche la rappresentazione della corte, del gran mondo, così le musiche di Germano Mazzocchetti , esse mantengono il profilo ironico che spesso è la cifra stilistica dello spettacolo ben apprezzato dal pubblico che ha applaudito con calore alla fine dello spettacolo più e più volte.