Fedra
di Carmelo La Carrubba

 

Due grandi autori di teatro Corneille e Racine si contendevano la piazza in Francia e la loro visione del mondo divergeva in maniera netta: il primo considerava l’amore un sentimento soggetto alla ragione e nato da una scelta consapevole mentre per il secondo l’amore era una forza cieca che la ragione non controllava e i suoi effetti erano temibili e violenti. Questo mutamento della concezione dell’eros rispecchiava il cambiamento del contrasto morale e della visione del mondo di tutta una società non più convinta della perfettibilità umana e corrispondeva inoltre ai postulati di fondo dell’eresia giansenista per cui l’uomo non era in grado di pervenire alla salvezza eterna: rimaneva in balia di passioni incontrollabili di fronte alle quali non aveva scampo. Parliamo dello spettacolo “Fedra” (1677) di Racine in scena al Teatro Musco per lo Stabile etneo in cui ricompare il mito greco. La protagonista Fedra è squassata da una passione incontrollabile a cui non sa trovare una via d’uscita che non sia la morte e tutto per una colpa che non dipende dalla sua volontà. Di fronte a lei gli amori di Ippolito e Aricia appaiono pallida cosa e solo Enone, la nutrice, uscendo dal suo ruolo di confidente, acquista in parte carattere tragico.

Un’operazione di grande coraggio quella del regista Walter Magliaro nel mettere in scena la tragedia erotica di una donna senza tempo che fa parte di una famiglia mitica in cui una straordinaria Micaela Esdra dà corpo e voce al travaglio interiore, gestualità alle pulsioni di una donna travolta da una passione non corrisposta. Questo spettacolo ricalca fedelmente il testo così come la traduzione di Giuseppe Ungaretti; la messa in scena è in chiave moderna per la universalità dei sentimenti della protagonista; lo spazio scenico del teatro Musco è inadeguato ( così come lo era stato per “Ferdinando” di Annibale Ruccello) ; in esso si impone la genialità della scenografia di Luigi Perego che si serve degli specchi per riflettere l’altro che è in noi e che è tipico del Barocco che ha - fra i tanti – come tema il doppio e il labirinto come percorso non sempre rettilineo dei nostri sentimenti.
Altra caratteristica dello spettacolo è l’intelligente svelamento dei significati reconditi del testo ma soprattutto perché ha saputo lumeggiare la doppia personalità di Fedra fra luce ed ombra, fra ordine familiare e disordine passionale, attraverso la parola che spesso chiarisce ma a volte, nei fatti narrati, resta misteriosa. In questo teatro di parola, essa è capace di dare corpo a tutto e di chiarire che la colpa di Fedra non è l’incesto, fra l’altro, inesistente col figliastro quanto il fatto che il suo atteggiamento sovverte ogni logica e ordine istituzionale. Micaela Esdra è una Ferda incisiva per la totale partecipazione al personaggio ricco di umanità e di sofferenza ma soprattutto di passione espressa senza veli, di pulsioni insoddisfatte, di delusioni cocenti. Una interpretazione di grandissima resa attorale che è riuscita a trascinare il pubblico, a coinvolgerlo nel suo dramma prima, nella tragedia poi. Un’intesa fra attore e pubblico che raramente si avvera nei nostri teatri e così per la rarità dell’evento viene segnalata.
La regia ha favorito il fremere senza finzioni di Fedra e ha creato – com’era logico – percorsi scenici e attese in funzione dello sviluppo interiore del dramma della protagonista. Marina Zanchi è la nutrice, il volano della sventurata vicenda, una bella interpretazione; Ippolito – Diego Florio – è l’onesto giovane che paga a caro prezzo la cattiveria di Enone. Attilio Fabiano è Teseo efficace nel ruolo. Bravi tutti gli altri componenti di questa catastrofe. Pubblico affascinato e plaudente.