Filomena Marturano
di Carmelo La Carrubba


La regia di un’opera teatrale nella realizzazione drammaturgica si avvale di ogni risorsa dello spettacolo per rappresentare dei personaggi che operano sulla scena. Fra i tanti accorgimenti – fra i più richiesti – esistono i colpi di teatro che debbono essere sapientemente utilizzati per catturare l’attenzione del pubblico e così poterlo coinvolgerlo per trasmettere quelle emozioni che stanno esplodendo sulla scena. Per ottenere gli scopi prefissi la regia si avvale della specificità del testo e in maniera particolare del materiale umano che interagisce dalla scena col pubblico, cioè dell’attore.

 

Questa breve premessa vuol richiamare l’attenzione sul fulmineo inizio dello spettacolo in scena al Teatro Stabile di Catania “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo nella straordinaria regia di Francesco Rosi che ha fatto coincidere l’apertura del sipario con una delle scene madri che si risolvono nel colpo di teatro in cui la protagonista beffa il suo amante in quanto ha simulato di morire per farsi sposare in articulo mortis e compiuto il misfatto o benfatto si gode duramente i frutti della sua faticosa e amara vittoria. E’ stata senza dubbio una sferzata drammaturgica verso il pubblico che senza ulteriori lentezze è stato posto di fronte al dramma dell’ex prostituta Filumena Marturano amante da 25 anni del ricco commerciante Domenico Soriano che continua ad umiliarla in quanto la tiene in maniera subalterna in casa continuando a fare lo sciupafemmine: di fronte all’ultima sua fiamma che egli vuole sposare Filumena attua il suo piano che – sulla scena – non viene rappresentato; solo gli sviluppi drammatici dello scontro cioè le conseguenze diventano la rappresentazione di quell’avvenimento.


Le scene di Enrico Job ricostruiscono un ambiente borghese di ricco benestante posto in un panoramico quartiere centrale di Napoli. I costumi di Cristina Lafayette caratterizzano i personaggi in maniera particolare al ruolo e alle situazioni e le luci di Stefano Stacchini creano le giuste atmosfere e spesso risolvono con delle dissolvenze di tipo cinematografico i passaggi temporali. Questa commedia con forti connotazioni drammatiche scritta da Eduardo per la sorella Titina è una felice creazione di un personaggio forte, umiliato ma non vinto che trasfigura il dramma esistenziale di tre creature che furono figli di N.N. come lo furono i fratelli De Filippo e da qui anche la forte connotazione sociale che assume il testo quando ci svela che Filumena ha tre figli e uno dei tre è figlio di Domenico Soriano. Ed è interessante e bello l’approfondimento teatrale di Eduardo quando per bocca della protagonista vuole che i figli debbono essere considerati tutti uguali. Al di là della paternità. Ancora una volta la protagonista detta la sua determinazione non rivelando a don Mimì quale sia dei tre suo figlio costringendolo a volerli bene tutti e tre e accettando da loro che lo chiamino papà. Un’altra scena “clou” è proprio quando la protagonista dopo aver invitato don Mimì a non giurare contro i figli ne spiega il motivo: perché uno è figlio a te.


Questa commedia scritta per la sorella sottintende un ruolo importante per una grande attrice e Titina lo era come lo sono state le tante eroine che si sono succedute nella scena e nel ruolo di Filumena da Pupilla Maggio a Regina Bianca, a Valeria Morioni, a Isa Danieli e al cinema Sofia Loren e ora dalla napoletana Lina Sastri che ha interpretato il ruolo di Filumena nelle sue linee essenziali, sottraendolo agli eccessi come anche il suo fisico non le avrebbe permesso ma conservando quella determinazione che è del personaggio che ne fa una madre che anela alla famiglia, al rispetto dei figli, al decoro dignitoso di una sistemazione che possa riscattare il suo passato.
Una donna che non ha mai pianto – potremmo dire che non si è mai pianto addosso – che ha cercato il riscatto dalla strada e che non ha ucciso i suoi figli anzi ha costruito per loro un avvenire. Forse sarà banale quanto detto ma per me questi sono valori importanti che valgono ancor più perché sostenuti da una prostituta. Solo così c’è da sperare per il futuro. Che alla fine Filumena pianga non aggiunge niente al personaggio né tanto meno che si ravveda don Mimì riavvicinandosi a Filumena. Senza la volontà determinante di un grande personaggio sostenuto con grande credibilità sulla scena da un’attrice che ce l’ha messa tutta per commuoverci non avremmo potuto assistere al dramma umano di Filumena Marturano che resta simbolo ed emblema della identità sociale.


Lo spettacolo pur nella sua incalzante azione drammaturgica ha momenti di “involontario” umorismo che attenuano la tensione fra i protagonisti dovuto al gioco lessicale e ad un cast di ottimi caratteristi che sono napoletani ma rappresentano tutti gli uomini del mondo. Essi sono Nicola Di Pinto e Antonella Morea, veramente bravi. E poi Silvia Maino, Gioia Miale, Carmine Borrino, Daniele Russo, Antonio D’Avino, Giuseppe Ruspali, Chiara De Crescenzo. Un po’ ingessato nella parte di Domenico Soriano c’è sembrato Luca De Filippo. Della regia di Francesco Rosi resta una lettura importante dell’opera di De Filippo e un modo significativo di riproporre il capolavoro di Eduardo.
Pubblico attento e plaudente durante e alla fine dello spettacolo.