Finale di partita
di Carmelo La Carrubba

 

Più che parlare di teatro dell’assurdo in Beckett è d’uopo parlare di teatro che nega la tragicità delle situazioni attraverso situazioni grottesche che però non hanno niente di comico in quanto trasformano l’eventuale risata dello spettatore in una smorfia.
In questo “Finale di partita” lo spettacolo in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania in cui il titolo deriva da una mossa del gioco degli scacchi la vicenda di Hamm, l’anziano cieco condannato a trascorrere i suoi giorni su una sedia a rotelle e Clov, il suo servo che vive nell’eterna tentazione di andarsene, si svolge tra litigi e dispetti. I due vivono un rapporto conflittuale dove però emerge una strana, reciproca dipendenza. Questo loro rapporto si svolge come in un gioco degli scacchi in cui si alternano mossa a contromossa.
In un interno borghese che sa di bunker (le scene e i costumi sono di Maurizio Balò) la stanza in cui vivono i due somiglia tanto alla stanza della tortura di pirandelliana memoria ed inoltre nelle intenzioni antinovecentesche di Beckett è presente la riflessione che la società contemporanea è nella impossibilità di rappresentare il tragico.
Ne nasce una scrittura e del testo e scenica asciutta ed essenziale priva di spettacolarità in cui la dimensione drammaturgica dei protagonisti è risolta in maniera ripetitiva e maniacale nella ristrettezza dello spazio, in una recitazione statica che si avvale della mimica facciale e delle tonalità della voce in cui la disperazione della situazione anche quando si rievocano i “Giorni felici” (interpretati da Diana Hotel e Antonio Giuseppe Pellagra immobili nei bidoni della spazzatura) trascorsi non ha niente di consolatorio.
E per quanto si insista sull’umorismo beckettiano – se non sul comico in Beckett - per una sua folgorante battuta “Non c’è niente di più comico dell’infelicità” sono dell’avviso – per una mia personale opinione – che nella visione pessimistica della vita che aveva l’autore irlandese non fosse contemplata la risata, forse l’amarezza di non poter ridere di situazioni grottesche.
In questo spettacolo ben diretto da Massimo Castri in maniera realistica in cui i protagonisti Hamm e Clov si giocano la loro convivenza e sopravvivenza assistiamo a un gioco spietato in cui la cattiveria è il soggetto del loro rapporto che riflette il vuoto di una società contemporanea in cui i rapporti fra individui sono privi di ogni calore umano e la bontà vive fuori dal palcoscenico calcato da Beckett.
Vittorio Franceschi. Hamm, che gioca il suo finale di partita in maniera spietata e disperata è consapevole di perdere e questo lo incattivisce ancor di più mentre Millitin Dapcevic, Clov, più che a stabilire un rapporto di convivenza tende disperatamente di andarsene. Cosa che avviene risolvendo il conflitto fra i due. Ottima la loro prova.
Infelicità e disperazione dominano la scena senza che il tragico di questo dramma trovi volutamente la sua dimensione spettacolare.
Pubblico poco numeroso, attento e alla fine plaudente.