Finale di partita
di Carmelo La Carrubba

“Finale di partita” (’57) di Samuel Beckett, lo spettacolo dello Stabile catanese al Teatro Ambasciatori con Franco Branciaroli regista e protagonista con Tommaso Cardarelli, Alessandro Ragni e la partecipazione di Lucia Ragni, è una commedia in cui non succede niente. Con Beckett le parole del quotidiano da lui usate assumono all’improvviso un valore nuovo e questa storia che non ha né un inizio né una fine ci ammalia perché è la nostra storia.
Nel teatro dell’assurdo Beckett ( con Jonesco, Adamov, Genet, Pinter) più degli altri vedeva il mondo come incomprensibile e l’uomo condannato a compiere una sere di gesti privi di giustificazione e scopi. Questa visione, prima di lui, L’avevano espressa Sartre e Camus però questi autori avevano seguito, nei loro testi procedimenti logici, costruito intrecci attendibili, personaggi che si distanziavano poco dalla tradizione teatrale naturalistica. Con Beckett questo cessa di esistere: niente personaggi da cui seguire le peripezie e le loro storie non dovevano essere giustificate. Né c’erano messaggi espliciti. In compenso c’era una visione più grottesca che tragica della condizione umana o forse era una metafora poetica che diventava l’essenza stessa dell’opera. Di conseguenza cambiava la struttura drammaturgica: alla dissoluzione della trama si accompagnava quella del linguaggio; alle tecniche del dramma si alternavano quelle del circo e del varietà nonché libere associazioni d’immagini che i surrealisti avevano teorizzato e sperimentato.

Il teatro – nella nuova impostazione beckettiana cessava di essere il mezzo per raccontare una storia e ridiventava lo spazio della libera espressione di un poeta e del suo mondo interiore; altra caratteristica è che “Finale di partita” è un testo che si legge in molte chiavi differenti. Nei costumi e nella scena di Margherita Palli, un cubo dove vivono i nostri antieroi circondato – si presuppone – da un paesaggio di distruzione (o quel che resta del diluvio o della catastrofe atomica) , essi sono, con ogni probabilità, i soli esseri umani superstiti. E dai nomi dei personaggi, dai loro significati, chiodi, martelli uniti ad alcune battute della commedia, sembra una sorta di amara parodia della crocifissione o forse della condizione umana come una crocifissione continua fino allo “sventolio” di Hamm del velo insanguinato che gli copre il volto che ricalca la sacralità della Sindone. Inoltre la presenza di Hamm, cieco sulla sedia a rotelle al centro della scena appare come un’immagine speculare dello spettatore di oggi; e Hamm e Clov – mentre Neil e Nagg sono nei bidoni della spazzatura – sembrano Wladimir ed Estragone (i protagonisti di “Aspettando Godot”) al termine della loro vita. Neill prima di morire dirà a Nagg : “Non c’è niente di più comico dell’infelicità”.

Questo spettacolo che vuole essere la rappresentazione metaforica dell’esistenza umana trasuda amarezza da tutte le parti per l’impossibilità di una prospettiva e per quanto Beckett sviluppasse il suo assunto con le leggerezza di una farsa e un linguaggio fantasioso in una dimensione surreale la pesantezza del suo pessimismo incide pesantemente su questa commedia. Franco Branciaroli dà vivacità al suo Hamm arricchendone il linguaggio con inflessioni francesi o imitando altre voci di altri personaggi con una bravura da rasentare il virtuosismo. In questa orchestrazione attorale in cui ogni gesto o parola è simbolica non si riesce a sfuggire ad una angoscia senza speranza e per quanto l’umorismo della battuta o dei personaggi propendono al riso esso è di una amarezza senza scampo. Gran bravura degli attori e di una regia attenta e puntuale nel cogliere le tante sfumature del testo che però resta spesso inespugnabile – in alcune parti – alla comprensione dello spettatore.