Alla fine del tempo dell'ulivo
di Carmelo La Carrubba


La intuizione di Giorgio Strelher che il teatro di Anton Cecov ( in particolare “Il giardino dei ciliegi”) esprimesse gioia e dolore in maniera affine ad uno stato d’animo siciliano fu non solo condivisa ma direi attuata da Piero Sammataro, attore e regista, che con la piecè “Alla fine del tempo dell’ulivo” dimostrò le sue notevoli doti di autore teatrale e come lui – cremonese – fosse diventato culturalmente “siciliano”.
Piero Sammataro – si sa – aveva interpretato nel 1974 nel ruolo di Trofinov “Il giardino dei ciliegi” con la regia di Strelher. Su questo tema Sammataro – assai prima – aveva scritto “Il racconto dell’ulivo” ambientato in Sicilia nel primo dopoguerra che trattava della trasformazione delle classi sociali: il passaggio del dominio economico dalla aristocrazia nelle mani dell’emergente ricca borghesia rurale. Per cui assistiamo alla pigrizia, all’impotenza degli uni a cui si oppone la sfrenata ambizione e il realismo propositivo degli altri. Questa la struttura narrativa ma straordinaria è la rappresentazione della Sicilia, del suo mondo culturale e di personaggi ben caratterizzati che di quel mondo sono la vitale espressione. Non ultima è la considerazione dell’uso del linguaggio: una lingua ricca di sfumature e di potenzialità e di profondi significati universali.
In questa piecè il regista Saro Minardi sottolinea come nei rapporti fra i personaggi questa lingua scatena miriadi di significati possibili che diventa un grande esercizio di tecnica drammaturgica che ha inciso positivamente nella creazione di un linguaggio scenico fluido, intenso, in cui la drammaticità della situazione spesso si dissolve in un lirismo dai toni toccanti.
Una grande prova di scrittura teatrale che trova riscontro nelle tavole del palcoscenico nello spettacolo “Alla fine del tempo dell’ulivo” di Piero Sammataro liberamente ispirato a Cecov in scena al Piccolo Teatro di Catania il 14 novembre e successivamente il 21 e 22 novembre su progetto scenico e regia di Saro Minardi che ha dimostrato sensibilità artistica, notevoli doti registici e grande generosità umana nel riconoscere, a ragione, in Piero Sammataro il suo vero autentico Maestro.
Lo spettacolo si avvale di un numeroso cast di attori di notevole bravura che ben diretti dal regista hanno dato vita a uno dei più riusciti spettacoli di questi ultimi tempi a Catania in un Teatro che preso in pieno dalla crisi stava andando incontro al suo tracollo.
L’atmosfera creata dal regista su una scena semplice e funzionale dove sullo sfondo viene proiettata una gigantografia in raccordo alle esigenze del racconto scenico è da salotto nobile siciliano in cui assistiamo al destino di questa famiglia che non si rende conto della drammaticità della situazione. Significativa la scena in cui al contadino che chiede l’elemosina la protagonista dà tutto il contenuto della sua borsa essendo consapevole che quelli sono gli ultimi spiccioli del suo capitale in quanto l’uliveto – per i debiti contratti con le banche – è messo all’asta e loro alla miseria.
Ogni personaggio è netto nella sua caratterizzazione e confluisce in una narrazione intensa e ricca di pathos che arriva all’animo dello spettatore coinvolgendolo. Fra l’altro è risaputo che quando scatta la scintilla di una vera recitazione si ha il fenomeno dell’empatia fra attore e spettatore che fa di uno spettacolo lo spettacolo. Abbiamo osservato – inoltre - come la partecipazione degli attori al personaggio fosse di identificazione assoluta, così com’era nella volontà e nella pratica di Piero Sammataro , e che alla fine della rappresentazione anche gli attori erano commossi per il risultato raggiunto.
Ecco il cast di questi anonimi ma bravissimi attori: Maria Grazia Cavallaio, Saro Pizzuto, Giuseppe Balsamo,Silvia Corsaro Boccadifuoco, Carmela Silvia Sanfilippo, Amelia Martelli, Gabriele Arena, Enrico Manna, Nanni Battista, Daniele Sapio, Aldo Toscano, Giovanni Calabretta.
Una particolare attenzione merita Aldo Toscano nel ruolo del vecchio cameriere che riassume in sé l’esito della drammatica vicenda: lo fa con notevole partecipazione fino al balbettio finale, all’afasia.
I costumi sono di Rosi Bellomia; luci e fonica di Simone Raimondo.
La canzone “A colonia di la genti dispirata” è di Piero Sammataro, è musicata da Giovanni Ferrato ed è cantata stupendamente da Carmelita Celi.
Il pubblico costituito in massima parte di uomini di cultura, di addetti ai lavori, di amanti del teatro – ha assistito con particolare interesse e notevole attenzione allo spettacolo : ha applaudito durante ma soprattutto intensamente alla fine della rappresentazione per la commossa partecipazione sua e degli attori.
N. B. Nel foyer del teatro c’è una interessante mostra fotografica di Piero Sammataro a cui è dedicata la serata che documenta momenti indimenticabili degli ultimi anni della sua notevole e importante carriera artistica che ormai, dopo la morte del protagonista, appartiene alla Storia del Teatro Italiano.