Fumo negli occhi
di Carmelo La Carrubba

 

 


Alla fine degli Anni Cinquanta la commedia “Fumo negli occhi” di Faele e Romano rappresentava i desideri e le contraddizioni delle famiglie piccole borghesi italiane. Certamente questo testo conteneva gli esordi di quella che sarebbe diventata la società italiana del 2013 corrotta e irresponsabile; inoltre rappresentava una denuncia alla società dell’immagine che mascherava la realtà quotidiana. Col risultato che non ci sia ragazzo che non sia consapevole oggi che per esistere bisogna apparire sui quotidiani, in TV, su internet e così via.
“Fumo negli occhi” è lo spettacolo per la regia di Nicasio Anselmo in scena al Teatro Brancati interpretato da un Tuccio Musumeci in ottima forma.
Nella commedia il motore che spinge all’azione i personaggi è il desiderio irrefrenabile dell’apparire di9versi da quella che in realtà è la loro posizione sociale e per cui si assume una forma esteriore di vita che spesso non collima con le reali condizioni economiche della famiglia.
Ricca di spunti di riflessione la commedia narra di Casimiro Cassarà direttore di banca con poche pretese mentre la moglie del suo, la signora Pipitone, sua dirimpettaia, conduce un tenore di vita superiore alle sue possibilità: la moglie di Casimiro, la signora Rosa, ambiziosa ed orgogliosa dietro l’alibi di “salvare l’onore della famiglia” scatena una competizione con la “rivale” per non essere umiliata e da qui uno scambio di fumo negli occhi dell’altro per apparire benestanti e non inferiori a nessuno.
Il marito di Rosa di carattere remissivo, pur mantenendo la sua rettitudine ed onestà, si adatta alle pretese della moglie: porta in casa a piedi l’antenna televisiva senza possedere il televisore, accetta che la figlia – per essere alla moda – vesta alla cavallerizza senza avere un cavallo, e in uno sfrenato confronto fra la moglie e la signora Pipitone sulle vacanze estive si trova – in questa corsa all’apparenza –a trascorrere un fine luglio in casa con le finestre sbarrate per simulare di essere in vacanza a Capri e subendo – nel mentre – la visita di un ladro.
L’epilogo della trama svelerà che l’agiata condizione della Pipitone è fittizia: frutto delle ruberie in banca del marito che sta per andare in galera.
Questa farsa si avvale di un cast di attori comici per doti personali a cui si assomma una tecnica che non ammette deroghe e consente allo spettacolo di snodarsi con la scioltezza della leggerezza e lo scatenarsi della risata.
Anche se i risvolti farseschi danno adito a profonde riflessioni e a paragoni fra ieri e oggi per cui fra un turbinio di scoppiettanti battute e di situazioni imprevedibili e paradossali si ha modo di riflettere su onesti e corruzione, fra consumismo e disagio sociale e inadeguatezze politiche.
La forza comica di questa commedia dai risvolti farseschi è frutto soprattutto degli attori che hanno creato dei personaggi credibili e umani senza cadere nella macchietta da Tuccio Musumeci con le sue battute ironiche e taglienti, ricche di popolare saggezza che scatenano la risata del pubblico, anche se amara; a Olivia Spinarelli determinata ed orgogliosa nel perseguire la sua battaglia, una grande prova; Concita Vasquez ha interpretato perfettamente la personalità della donna piccola borghese ricca di desideri e frustrazioni nonché di pericolose derive; R. M. Tarci è un ladro singolare, particolarmente umano e comprensivo nel paragone con i veri grandi ladri; fra la macchietta e il personaggio ma con bravura citiamo Elisabetta Alma, Valentina Ferrante, Evelyn Famà, Claudio Musumeci (buon sangue non mente).
La regia di Nicasio Anselmo ha dettato tempi scenici incalzanti per avere un racconto comico scoppiettante.
Pubblico divertito e plaudente durante e alla fine dello spettacolo.