Il gabbiano
di Carmelo La Carrubba

 

La metafora è specifica del linguaggio teatrale e la prosa cecoviana è allusiva, densa di significati, traboccante di sensi riposti.
E’ una scrittura che nella brevità della sintesi esprime il talento dell’autore e uno stile di prosa che mantiene quanto di meglio la letteratura ha espresso con questo genere letterario. Egli (ne fanno fede i suoi libricini di appunti) nello scrivere le impressioni che ritraeva dalle osservazioni della realtà si avvicina culturalmente ai canoni del movimento impressionista che ci restituisce non solo i colori di quella realtà ma l’humor dello scrittore nel ritrarre la tragicità della condizione umana che si traduce in una resa grottesca delle situazioni ritratte. Cechov è un grande indagatore dell’animo umano perché ne esplora i sentimenti che sono alla base delle azioni: la sua è un’analisi fine e spietata dell’amore, del vivere e del morire e costituisce il nucleo della sua drammaturgia incentrata su individui che vivono un’esistenza senza luce di speranza consumando la loro vita non sapendo vivere, affogando fra la noia e la rinuncia.


Nell’analisi del medico Cechov della piccola nobiltà russa al crepuscolo pur nello squallore delle situazioni persiste nell’autore una profonda umanità nel comprendere la pochezza dei loro amori e la viltà delle loro azioni.
Ogni personaggio cecoviano è portatore di un significato oltre che etico storico e sulla scena si ricrea lo spirito di un’epoca che trascende la Russia e diventa simbolo universale. Sebbene questi personaggi siano nella sostanza meschini, pavidi, opportunisti, inetti, senza nulla di eroico anzi costituiscono una fonte di comicità e di ridicolo.
Inoltre al centro de “Il Gabbiano” c’è il conflitto generazionale fra genitori e figli e fra artisti affermati e giovani promesse con discussioni sull’arte e la creazione artistica, sulla scrittura in genere e sul teatro in particolare (la prima parte dello spettacolo è teatro nel teatro dove esplode il conflitto fra madre e figlio fra l’attrice affermata e la giovane promessa).


Tutto ciò è nello spettacolo “Il Gabbiano” (1895) di Cechov (1860/1904) in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania con una compagnia ben affiatata costituita da affermati attori e da giovane promesse diretti da Marco Bernardi nell’ottima traduzione di Fausto Malcovati.
Le scene sono di Gisbert Jaekel semplici e funzionali a cui suggerisco di togliere nel primo atto, la panca o almeno la spalliera. Ben intonati i costumi di Roberto Banci così l’ambientazione sonora di Franco Murina e le luci di Lorenzo Carlucci.
Gli attori, vera risorsa dello spettacolo, costituiscono un cast affiatato fra anziani e giovani che però si muovono lungo un percorso scenico “spezzato” da cinque atti.
Patrizia Milani interpreta l’attrice anziana, vedova; lo fa con fedeltà al ruolo di una generazione di attrici e di madri in conflitto col nuovo e con i loro interlocutori generazionali.
Massimo Nicolini è suo figlio, un giovane, esuberante ma con poco carattere. Egli perde l’amore della sua ragazza, l’amore per il teatro e la speranza nel domani. Si suiciderà. Una buona prova.
Carlo Simone è il fratello di Irina – vecchio proprietario terriero – vive su una sedia a rotelle senza necessità. Rappresenta l’impotenza di una classe.
Gaia Insegna interpreta la giovane figlia di un ricco possidente. Esprime l’amore impossibile per l’uomo sbagliato. La vita di una giovane attrice. Un vero talento della scena.
Maurizio Donadoni. Veste i panni dello scrittore ma è anche l’opportunista in amore e nella vita. E’ capace di accendere grandi passioni e tremende delusioni. Un’ottima prova.
Bravi tutti gli altri componenti del cast da Silvio Sansovini a Gianna Coletti a Iolanda Piazza, Riccardo Zini, Fabrizio Martorelli e Maurizio Ranieri.
Pubblico plaudente più e più volte alla fine dello spettacolo.