La gatta sul tetto che scotta
di Carmelo La Carrubba


Nel teatro di Tennessee Williams (1911-1983) c’è un contesto del Sud che favorisce l’erompere delle passioni, gli stati d’animo e di ossessioni personali tra nostalgie e speranza mitigate dal senso di colpa inseparabile della tradizione puritana e la cifra stilistica della sua scrittura è vicina al lirismo di un Laurence o di un Lorca che a volte può ricordare un Cechov quando sul dinamismo della realtà prevale la staticità del sogno. I suoi personaggi sono comunque destinati alla sconfitta e i temi trattati nelle sue opere hanno le inquietudini esistenziali del vivere quotidiano in cui è presente lo spettro della malattia, l’incombere della morte, delle trappole del sentimento e del’idea di colpevolezza legata al sesso, all’urto brutale con la realtà. Sono temi di un uomo del Sud, terribilmente autobiografici e confermati in pubblico per esorcizzare le proprie ossessioni.

“La gatta sul tetto che scotta” (1955) nell’originale il tetto è di latta, è opera della maturità in cui è presente un mal di vivere e una incomunicabilità nella famiglia nonché l’omosessualità come pulsione da reprimere e infine la malattia che abbrevia il tempo per chiarirsi. E’ presente anche l’avidità dei figli per accaparrarsi l’eredità che ha un respiro scespiriano. Questo spettacolo, andato in scena al Teatro comunale di Trecastagni per lo Stabile di Catania, presenta un ottimo cast in cui si evidenzia il dramma esistenziale di ognuno e della protagonista Maggie (Mariangela D’Abbraccio) in particolare.
Nella scena di Alessandro Chiti impostata architettonicamente in maniera moderna per rappresentare questo dramma borghese dei nostri tempi si pone drammaturgicamente la parabola emotiva del personaggio di Maggie “la gatta” morbida e graffiante, simbolo di una femminilità esplosiva che però cerca con l’altro sesso confronto e parità intellettuale; una personalità forte che resiste, incassa, lotta per salvare il matrimonio e l’eredità a parole negata. Altro grande tema è il rapporto tra padre e figlio, un confronto spietato e sincero – forse la parte più interessante dello spettacolo – fra un malato terminale di cancro, un vero leone che tira fuori gli artigli con coraggio e determinazione e il figlio, alcolizzato, che viene rivoltato come un guanto dal genitore. In questo microcosmo soffocante s’impone Mariangela D’Abbraccio che al fisico prorompente aggiunge un notevole talento di attrice. Essa sa alternare i toni fra seduzione e delusione fra bugie e sotterfugi, fra necessità e percorsi ambigui nel riconquistare il marito per sottrarlo all’ambigua amicizia del suo migliore amico di cui lei era stata per una volta l’amante. L’amico si era poi suicidato scatenando i sensi di colpa di Brick che non vuole tornare a letto con la moglie dandosi all’alcool. Altro personaggio importante nell’economia del testo è la madre interpretata da Isa Barzizza che insegue un sogno di felicità non sempre giustificato dalle circostanze reali.
Ben tradotto il testo di Williams da Gerardo Guerrieri e adattato alla scena da Giorgio Albertazzi lo spettacolo ha trovato nella regia di Francesco Tavassi i tempi scenici appropriati e i percorsi necessari allo sviluppo della vicenda che ha incentrato soprattutto negli scontri spesso spietati, la dinamica emotiva dei personaggi ben interpretati dalla D’Abbraccio che è stata una gatta mediterranea capace di conciliare l’inconciliabile; dall’ottimo Luigi Diberti nel ruolo del padre e da Isa Barzizza in quello della madre. Brick è Paolo Giovannelli che affoga nel bere il suo senso di colpa e la sua pulsione omosessuale. Il fratello di Brick, Cooper, è Francesco Tafani e Maurizia Grossi è la moglie Mae. Maurizio Perugini è il dottore, un personaggio inesistente nel gioco delle parti. Lo spettacolo ben accolto dal pubblico della prima è stato calorosamente applaudito.