Il giardino dei ciliegi
di Carmelo La Carrubba

 


E’ in scena “Il giardino dei ciliegi” (1903) alla sala Verga (dal 21 novembre al 7 dicembre) lo spettacolo inaugurale della Stagione 2014-2015 dello Stabile catanese nel solco di una tradizione ligia al rigore filologico del testo ma tesa a fare rivivere l’attualità di un mondo che tanto somiglia a quello attuale caratterizzato da una crisi morale ed economica che tutti stiamo vivendo.
Non è esagerato affermare che il vero protagonista del capolavoro di Cechov (1860-1904) sia il giardino che non solo dà il titolo al testo teatrale ma ne rappresenta la memoria di una vita, il capitale di una famiglia, i suoi debiti, le sue debolezze e che, se anche in maniera invisibile, ne detta i tempi dell’azione scenica in cui tutto gira in funzione della evoluzione della crisi in cui è coinvolto il giardino come la famiglia che lo possiede.
Nel rappresentare quell’universo di perdenti Cechov fa emergere le componenti psicologiche e sociali della sua epoca nonché le complessità e le contraddizioni di un tempo che conclude la fine di una classe feudale fatta di ricchi proprietari terrieri inetti e inconcludenti che dilapidando le loro sostanze si avviano lentamente assistendo impotenti al loro declino.
La drammaturgia di Giuseppe Dipasquale, fine traduttore e possente regista, ha adattato il testo al linguaggio scenico, ha scavato nel mondo dei personaggi che vivono in una cornice scenografica fortemente simbolica e dai risvolti metaforici che rappresenta questo universo di uomini perdenti, di individui sconfitti dalla fragilità delle loro coscienze: sono personaggi inquieti e sognatori, docili alla sofferenza fino all’estinzione perché vivono le loro storie in maniera costante ma senza vie d’uscita.


Lo spettacolo si apre nel segno del lutto, dell’ineluttabile: il figlio di Liuba, la protagonista, un ragazzo di sette anni, muore annegato nel fiume che costeggia il giardino: una premessa e un monito in quanto assisteremo ad una storia senza vie d’uscita perché i loro protagonisti non sono capaci di partecipare a risoluzioni inerenti il loro futuro. Così Liuba, che torna da Parigi, piena di delusioni amorose e di debiti, a casa sua e a contatto con il “giardino” rivive la sua infanzia, ritrova le persone care, il suo mondo. Grande importanza ha il tempo che è legato al giardino che, a sua volta, condiziona le azioni dei personaggi ossia il loro passato, il presente, l’attesa, il futuro con l’incombente drammaticità dell’asta per ripagare i debiti. Le ripercussioni della perdita del giardino sul presente che ha vissuto anche di passato. L’abbandono di un bene materiale ed affettivo – si sa – porta la protagonista – di fronte alla nuova realtà – al distacco dal passato. Ne rappresenta la prospettiva di un futuro che, nel nostro caso, i protagonisti, come in una “coazione a ripetere” , tornano a ripercorrere i loro errori: Liuba ritornerà a Parigi dal suo amante che l’ha economicamente rovinata perché pentito ne chiede la presenza condizionando un futuro che somiglia tanto al passato e così tutto può ripartire – come se niente fosse accaduto – al punto di partenza. E il gioco narrativo è fatto – come suggerisce nelle sue note di regia Dipasquale.


La scena si chiude sul vecchio servitore che sordo e malato ritorna nella casa mentre vengono recisi gli ultimi ciliegi per dare spazio alla speculazione edilizia nel creare tanti villini ; e che come un oggetto è stato dimenticato nell’abbandono più totale perché nell’”era degli sciacalli” non c’è più posto per dignità e sentimenti.
Le scene sono di Antonio Fiorentino funzionali nel loro simbolismo mentre i costumi d’epoca appartengono alla fantasia di Elena Mannini. Le musiche di Germano Mazzocchetti hanno creato atmosfere ora tragiche ora oniriche ora sentimentali, ora melanconiche in tutte le circostanze evolutive del racconto ben sottolineate dalle luci di Franco Buzzanca. Funzionali ed espressivi i movimenti scenici di Donatella Capraio che hanno dato fluidità al racconto scenico.


Ottimo il cast degli attori in cui svettano in molti: da Magda Mercatali: anima fragile di donna incapace di comprendere i risvolti delle proprie azioni nel segno dello sgretolamento simbolico di un mondo in crisi di cui lei è la rappresentante ad Alessandra Costanzo che ha costruito il personaggio di Varya in maniera intensa ed indimenticabile.: figlia adottiva di Liuba di anni ventiquattro ( ho copiato quanto scritto nella locandina dello spettacolo; la questione degli anni dei personaggi può creare delle incertezze nel pubblico). A Guia Jelo che ha tratteggiato la figura dell’illusionista in maniera incisiva e ben riuscita.
A Pippo Patavina l’uomo nuovo di quel mondo di affaristi che subentra a quello di Liuba: una robusta interpretazione: ben tratteggiato il carattere del personaggio che resterà – credo – nel ricordo di molti.
Gian Paolo Poddighe interpreta il personaggio del fratello di Liuba: ha caratterizzato , al meglio, il personaggio che oltre che sulla scena il pubblico ritrova spesso nella vita così come per il personaggio interpretato da Patavina così come per quello interpretato splendidamente da Angelo Tosto: l’eterno studente con sogni utopici che tanto tempo ha perduto dentro e fuori dell’università.
Italo Dell’Orto è un intenso e credibile maggiordomi di quelli che caratterizzarono un’epoca. Bravi nella creazione dei loro personaggi per averli ben caratterizzati Matilde Piano, Camillo Mascolino, Aldo Toscano, Annalisa Canfora , Cesare Biondolillo; Alessandro Giorgianni (un bambino)
Pubblico attento e plaudente durante e alla fine del lungo spettacolo