I giganti della montagna

di Carmelo La Carrubba

 

 

Opera visionaria di Luigi Pirandello “I giganti della montagna” rappresenta la summa di una concezione totale del mondo che fu alla base del suo modo di intendere la vita e l’arte. In questo testo (il primo atto fu pubblicato nel 1931 col titolo “I fantasmi”; ebbe un secondo atto nell’estate del 1933 col titolo che ha ora l’opera nel mentre l’autore riceveva il Nobel nel ’34, lasciando incompiuta la sua fatica per la morte a Roma nel 1936) si rappresenta lo scontro fra Ilse e gli attori da una parte che credono nella voce della poesia come la più alta espressione della vita e il popolo che guidato dai “Giganti” è intento a realizzare opere grandiose per il possesso delle forze e della ricchezza della terra e sono alla ricerca di un continuo benessere materiale. Quando la compagnia giunge alla villa “La scalogna” dove vivono gli scalognati e in attesa che Ilse rappresenti “La favola del bambino scambiato” opera del poeta suicida perché da lei rifiutato, Cotrone narra del luogo dove vive che è il regno del sogno e della libertà dove magia e fantasia rendono possibile ogni desiderio. Vivere fuori dalla realtà è l’artifizio che suggerisce Cotrone ad Ilse per evitare scontri e incomprensioni quando si ha a che fare con esseri rozzi quali sono i giganti.


E’ il mito della torre d’avorio che viene negato dal rapporto dell’arte con la realtà e sebbene in un accostamento che può sembrare ambiguo l’una non può vivere senza la presenza dell’altra, è uno dei temi di questo capolavoro che, fra l’altro, affronta il mito dell’arte quale trionfo della fantasia e della poesia ma nello stesso tempo – come nel caso specifico – tragedia della poesia per la crisi dei valori di cui è intriso il Novecento (crisi di valori religiosi, sociali, artistici) in questo mondo moderno che si caratterizza per la sua brutalità. Pertanto il canto di Pirandello in favore della poesia a teatro s’infrange frantumando il mito proprio al momento dello scontro fra la compagnia dei teatranti di Ilse e il popolo servo dei giganti della montagna incapaci di comprendere le ragioni dell’arte. E senza volerne sapere più di Pirandello c’è da dire che le sue ragioni l’autore di quest’opera le ha ricordate tutte: dal rapporto fra scrittore ed opera conclusa; egli “sapeva” che le creature artistiche sanno cercarsi il loro destino andando in cerca di autore. Come ha saputo rappresentare il mondo della creazione artistica, la responsabilità dell’autore e il modo come ad essa si possa sfuggire. Fino all’ammonimento finale quando i servi risarciscono il marito per la morte di Ilse. Egli accettando i soldi dei giganti ha dato un prezzo alla poesia: decretando la fine dell’arte.


Nell’interessante messa in scena di Giuseppe Dipasquale regista dello spettacolo “I giganti della montagna” di Pirandello completato nel terzo atto dal figlio Stefano, il primo impatto con le scene di Antonio Fiorentino evoca la visionarietà dell’autore nel narrare, fra sogni e realtà fra minacce vere e nemici che non vengono mai visualizzati anche se se ne avvertono le voci e la presenza e dove lo spettatore avverte che le forze occulte che oggi dominano le finanze mondiali sono quelle che alla fine decretano le crisi degli stati, il benessere dei cittadini; la loro libertà di espressione e quant’altro sia legato al mondo della poesia e dell’arte. I giganti ieri come oggi sono fra noi, con i loro servi quali braccia violenti del potere, con la loro rozzezza e ignoranza che rappresenta per l’arte come lo è per Ilse la morte fisica.
I costumi di Elena Mannini hanno i colori accesi del sogno e sono adeguati al ruolo dei personaggi e all’epoca. Ben adeguate al ritmo scenico le musiche di Marco Betta. Fondamentali i movimenti coreografici di Donatella Capraio così come le luci di Franco Buzzanca: hanno dato scorrevolezza al linguaggio scenico creato dalla drammaturgia di Dipasquale che ha dettato ritmo e rigore narrativo inappuntabile nello svelare sogni, ambienti, situazioni, scontri, tragedie ed emozioni in un disegno corale ben orchestrato fra gli attori che sono riusciti a dar vita ai fantasmi di un mondo creativo che ha sede nella mente dell’autore dove non tutto è chiaro anche perché l’ambiguità dell’arte ha i suoi risvolti nel porre degli interrogativi a cui non sempre si può rispondere.
Magda Mercatali è stata Ilse, la protagonista, fragile vittima della violenza ma convinta innamorata della poesia; Cotrone, il mago, vive nella robusta e trascinante interpretazione di Vincenzo Pirrotta; ben interpretato il ruolo del marito di Ilse, il conte, da Gian Paolo Poddighe. Così per gli altri del numeroso cast da Vitalba Andrea a Camillo Mascolino a Giancarlo Conte, Anna Malvica, Sergio Seminara, Giancarlo Cadè, Enzo Gambino, Plinio Milazzo, Barbara Gallo, Lucia Portale, Nicola Notaro, Gianpaolo Romania, Lucia Fossi, Francesco Russo più gli undici “Fantocci”.
Mentre il pubblico applaudiva sia lo spettacolo che la fatica degli attori l’attrice Magda Mercatali ha voluto ricordare l’attrice Mariella Lo Giudice che avrebbe dovuto essere al suo posto e a lei ha voluto dedicare lo spettacolo col consenso della compagnia e dei tecnici nonchè dello Stabile. Un momento di intensa commozione nel ricordo di una grande attrice che diede il meglio di sé su quel palcoscenico.