"Giorni felici" 
 

Nel centenario della nascita (1906) di Samuel Beckett il regista Gianni Salvo, dopo la fortunata edizione di “Aspettando Godot”, mette in scena “Giorni felici” (1961), forse il suo capolavoro: tutta l’opera è pervasa, fin dal titolo, da un sottile umorismo per la tragicità della situazione in cui vivono i protagonisti mentre rievocano le felicità di alcuni giorni passati della loro esistenza.
Beckett si ispirò al mito di Prometeo e alla sua caduta negli anfratti del Caucaso e nella metaforica rappresentazione della vita contemporanea dell’uomo moderno non poté non rappresentarlo mentre sprofonda nella terra fino scomparire nel nulla. E mentre il gesto di Prometeo, la sua ribellione, ha creato il mito dell’uomo che attraverso la scienza avrebbe percorso la via della verità, di contro quello dell’uomo contemporaneo è meno mitico ed eroico e rientra nel mito solamente per la sconsolata constatazione di sprofondare negli abissi in un’esistenza piatta e senza senso. Infatti in senso metaforico l’opera riassume il significato della condizione umana nella civiltà contemporanea che ha smarrito i valori qualificanti dei comportamenti umani e nello stesso tempo, riferito al momento storico attuale, rappresenta lo sbandamento di fronte ai valori etici ed istituzionali della società e nell’insieme giustificano il più angosciante urlo pessimistico che l’uomo abbia lanciato.

Zinnie, la protagonista, si trova conficcata nella terra fino a sprofondare progressivamente, risucchiata dal nulla di un’esistenza segno e metafora della vita che si svolge in solitudine e nella incapacità di comunicare. Gianni Salvo racconta la storia di Zinnie in una scena spoglia in cui Oriana Sessa ha creato il paesaggio di una landa deserta, silenziosa e priva di colori, vuota di segni e di significati in cui agiscono in una fatale immobilità i protagonisti Willie, il marito e Zinnie la moglie protagonista del lungo monologo. Quest’ultima posta nell’utero della terra fino alla cintola finisce per sprofondarvi, per perdersi definitivamente nel nulla. E’ – ripeto – questa storia come una conclusione al mito di Prometeo, una conclusione disperata in cui Zinnie rimane prima incatenata alla terra per essere poi inghiottita dall’abisso.
Nel monologo confessione della donna viviamo il significato della vita, la metafora della nostra esistenza e così notiamo, per tutto l’arco dello spettacolo come la protagonista pur soffocata dalla realtà ostile che la travolge riesce ad esprimere il suo infinito, irrimediabile attaccamento alla vita. Anzi essa cerca di fare finta di non essere in una situazione per molti versi infernale e reagisce attaccandosi alle piccole cose del quotidiano, agli oggetti che tiene in borsa come un rossetto, una spazzola, uno specchio, una pistola, i ricordi di giorni felici o presunti tali che aiutano a vivere o a prolungare l’agonia di una vita che si acquieterà con l’afasia. Questa è il segnale della fine sia nella vita che in teatro perché uccidere la parola è come uccidere il teatro.
Il pessimismo senza speranza di Beckett è alla base del suo rapporto con le tematiche novecentesche in cui al centro pone l’esistenza dell’uomo, la sua quotidianità, il suo modo di considerare la felicità, la sua conclusione di essere su un universo basato sul nulla. Spettacolo intenso splendidamente interpretato da Matilde Piana, Zinnie, che ha saputo sottolineare con il vasto registro della sua voce e della gestualità l’intenso disperato dramma di una donna ben assecondata da Aldo Toscano nel ruolo del marito Willie afasico, incomunicabile. Un applauso lungo, intenso e prolungato ha premiato la fatica e l’estro degli attori e del regista.
Prima dello spettacolo, attraverso un corridoio scenico con tre nicchie sempre con la regia di Gianni Salvo e l’interpretazione di Tiziana Bellassai, nel ruolo di Alice, brani delle opere di Beckett: “Aspettando Godot” con Giuseppe Carbone, Vladimiro ed Elio Sofia, Estragone; “Finale di partita” con Federica Bisegna, Nell, Vittorio Bonaccorso, Ngg, Ezio Carfì, Hamm e Domenico Fiore, Clov; “L’ultimo nastro di Krapp” con Alberto Orofino.

Carmelo La Carrubba