Il giuoco delle parti
di Carmelo La Carrubba


Nel centenario del debutto a Roma della commedia “Il giuoco delle parti” (1918) di Luigi Pirandello è andato in scena (giovedì 13 dicembre) al Piccolo Teatro della città lo spettacolo di questa commedia-tragedia-dramma in cui l’autore ad ogni personaggio dà un ruolo, una parte da rispettare e da interpretare fino alle estreme conseguenze. Un giuoco strano e micidiale che coinvolge l’intimo della persona, i suoi sentimenti, il comportamento nella società. Infatti, nella drammaturgia pirandelliana è presente una acuta riflessione, perfidamente lucida sulla famiglia come cellula della società borghese: in particolare la vita di coppia quando va in crisi.
Dalla lacerazione di questo rapporto nasce “Il giuoco delle parti”: una feroce radiografia delle regole che governano la coppia borghese; Leone Gala, il protagonista della pièce , incarnando l’eroe del non senso, porta avanti la sua vendetta nei confronti della moglie e del suo amante con spietata coerenza attraverso la maschera dell’apparenza che lo presenta come un ironico ragionatore capace di penetrare nella mente dell’altro per svuotarla così come fa – sempre con l’acuminato ago del concetto per forare il guscio dell’uovo svuotandolo e buttandone via il guscio. E’ un giuoco della mente che attrae e sconvolge e crea una drammaturgia che esalta il rapporto fra essere umani, fra marito e moglie , l’amante, gli estranei in cui , alla fine rimarranno tutti sconfitti in un amaro epilogo.
Lo spettacolo che si avvale della regia di Federico Magnano San Lio scorre serrato e intenso nella caratterizzazione dei protagonisti e nell’assecondare – sviluppandolo –il nucleo logico della mente del protagonista che crea quel giuoco coinvolgente – nell’apparente rispetto delle regole – finalizzato a distruggere – così come è nel giuoco societario – gli avversari attraverso la perfidia dell’intelligenza quando indossa la maschera del perbenismo. Inoltre il racconto scenico si avvale degli “scontri” “incontri” fra la donna e il marito, fra la donna e l’amante, fra il marito e l’amante della moglie in una apparenza statica creata dalla ragnatela dell’intelligenza del marito che muove il giuoco e le parti di ognuno.
Speditamente il giuoco attorale va avanti incentrato fra una scenografia allusiva e l’evidenza attorale che si avvale della parola, della sua forza, delle sue insidie, della sua capacità di svuotare gli altri creando, per l’attore la possibilità di una recitazione piena, ariosa, ricca di ironia e sfumature, di sentimenti che si accavallano e che si scontrano in cui l’odio e la vendetta sono il vero motore del loro agire.
In questo giuoco si trova a suo agio Miko Magistro lucido, ironico, padrone e consapevole di poter condurre il giuoco fino alla fine divertendosi e godendo come quando in cucina si confronta con il cibo esprimendo il suo talento gastronomico.
Un ottimo spettacolo in cui attorno a Miko Magistro gira un cast di attori da Carmen Panarello (la moglie) a Mariano Leggio (l’amante) giocano - nell’apparente rispetto delle regole - al massacro psicologico:completano felicemente il cast Alessandro Saracino, Giovanni Carta, Fabio Costanza, Paolo Giacenti, Vincenzo Ricca, Alessandro Chiaramente, Leandra Guerrieri (Clara la cameriera di Silia).
Pubblico attento e soddisfatto della rappresentazione ha applaudito durante e intensamente alla fine dello spettacolo più e più volte.