La governante

di Carmelo La Carrubba

 

Con la pièce “La governante” di Vitaliano Brancati un caso di coscienza diventa tragedia: una tragedia nata dall’ipocrisia e scaturita dal clima culturale degli Anni Cinquanta che allevava come figlia dell’ipocrisia la censura che manteneva a gestirla uomini e apparati del vecchio regime e veniva usata dagli ambienti clericali per una presunta moralizzazione della vita e dell’arte.
Parliamo dello spettacolo “La governante” in scena al Teatro Stabile di Catania con la regia di Scaparro in un’ottica mediterranea in cui la polifonia delle voci, delle lingue, dei dialetti esprime le sedimentazioni culturali che l’Isola, L’Italia, l’Europa hanno in serbo e ne condizionano gli scontri.
La pièce scritta nel ’52 fu bloccata dalla censura e potè andare in scena soltanto nel ’65 con la Proclemer per cui era stata scritta; e, per uno scrittore come Brancati che raccontava la Sicilia per migliorarla e correggerla con un afflato morale unico fu un’amara esperienza l’impatto con la censura anche perché – non so quanto involontariamente – l’Autore avesse già cercato di colpire uno dei comportamenti ipocriti di un popolo che già era stato vittima del gallismo come la vicenda del Bellantonio insegna.
La storia de “La governante” è quella di una famiglia siciliana trapiantata a Roma e trama ruota sul rapporto conflittuale fra Caterina, governante francese, calvinista, considerata un modello d’integrità e la famiglia Platania che l’ha assunta. Leopoldo è il patriarca e custode di una rigidissima morale cattolica a cui ha sacrificato la vita della figlia vent’anni prima e ora impone, in maniera ancora più violenta a Caterina quando c’è il sospetto di un legame omosessuale con la giovane Jana, la cameriera siciliana.
E più che il dramma di Caterina colpisce lo spettatore la “diversità” di Leopoldo Platania, la sua ostinazione, la sua mancata integrazione culturale – che pur differenziandosi da quella di Jana o del portiere esprime una parte importante delle “Cento Sicilie” di cui parlava Bufalino.
Se in questi ultimi sessant’anni le opinioni sono state capovolte non altrettanto è avvenuto per l’integrazione culturale e il dialogo non solo fra popoli ma fra regioni dello stesso stato è venuto a mancare per cui una tragica attualità persiste ancora nei temi trattati da Brancati e ancora: permane anche nei personaggi, negli uomini una ipocrisia, un’auto-censura che falsa i rapporti interpersonali nell’attualità.
Maurizio Scaparro ha ben inteso ed espresso attraverso Pippo Patavina la similitudine dei nostri padri, un monito per tutti interpretato da un siciliano verace con senso critico da un attore contemporaneo.
Giovanna Di Rauso nel ruolo di Caterina ha espresso la lucidità e la sofferenza drammatica del suo caso di coscienza, vittima di una tragedia che è personale ma anche storica.
Max Malatesta nel ruolo dello scrittore svela quanto l’intellettuale sia vittima e mezzo della cultura ipocrita e conservatrice dell’epoca nonché i tic e le debolezze che lo contraddistinguono come uomo. Una solida interpretazione.
Una forte convincente caratterizzazione quella di Marcello Per racchio nonché di Giovanni Guardiano nel ruolo del figlio di Platania che tende al gallismo e di Veronica Gentile che interpreta felicemente il suo ruolo di “stupida”; così Chiara Seminara.
Una relativa “novità” è Valeria Contadino dalle evidenti potenzialità nel ruolo di Jana reso con freschezza interpretativa e convinta partecipazione.
Semplice e significativa la scena di Santuzza Calì che accoglie la storia di Caterina fino a renderla metafora di un tempo nonché della storia degli uomini nel loro difficile equilibrio fra vita e arte. Delicate e discrete le musiche di Pippo Russo così i toni delle luci di Franco Buzzanca………
Pubblico attento e plaudente in sintonia con la storia e con gli attori e la regia che ha riportato ad alti livelli il cartellone dello Stabile.