Gran varietà
di Carmelo La Carrubba

 

 

Ritorna Gennaro Cannavacciuolo al Teatro Brancati, dopo il successo dell’anno scorso con lo spettacolo dedicato a Domenico Modugno, con l’impegnativo “Gran Varietà”.
Lo spettacolo di Cannavacciuolo è un viaggio attraverso l’universo dell’avanspettacolo, del Caffè Chantàn ma in particolare delle canzoni licenziose dei primi del Novecento fin giù agli Anni ’50. Egli propone, in chiave ironica, un repertorio erotico – perché così veniva percepito dal pubblico del tempo, attraverso le canzoni scritte per l’occasione da Gill, Ripp, Pisano Ciuffi in cui si giocava sulle perifrasi licenziose, il doppio senso, l’ammiccamento, la comicità su tutto quanto si riferisse al sesso attraverso l’arte del dire e non dire o se si vuole dell’allusione basata sui tabù dell’epoca e l’ingenua pruderiè dei nostri nonni che si divertivano a ridere di comportamenti che oggi non sempre ci fanno sorridere.
C’è che – mutati costumi tempi e gusti, il pubblico su questi temi – ripeto – sorride, non si scatena né a ridere né a essere emotivamente coinvolto. Partecipa ad un’operazione storico-culturale in cui forse si sorride di più a veder classificate “a luci rosse” canzonette che se ieri coinvolgevano oggi non possono più farlo perché il rapporto col sesso è completamente diverso da quello dei nostri nonni.
Va da sé che l’operazione di Cannavacciuolo è valida perché l’attore, il cantante, l’uomo di spettacolo riesce a far ridere o comunque a sorridere con garbo nel riproporre il varietà in quello che – secondo noi - diventa un recupero storico di un genere teatrale che è importante conoscere perché una volta la gavetta il comico la faceva nell’avanspettacolo: riversava il suo talento nel varietà con la creazione della macchietta che con la sua “macchia” fissava qualcosa d’importante per lo spettatore e che tutt’ora resiste come le canzoni di Totò, Nino Taranto, i fratelli e le sorelle Maggio.
Nel gran “lavoro” interattivo di Cannavacciuolo col pubblico gran successo riscuotono vecchie chicche musicali: “In riva al Po”; “Fatte fa a foto”; “Casta Susanna”; “Ciucculattina mia” e con essa si può apprezzare un’arte povera che caratterizzò un’epoca e che diede nel cabaret risultati ancora più interessanti che sono tutt’ora presenti non come reperti storici.
Purtroppo i nuovi comici non provengono da questa scuola che annovera i Viviani, i De Filippo, i Maggio e pertanto non ci sono nuovi grandi comici.
La regia di Cannavacciuolo è, da un lato, tutta rivolta a creare un rapporto immediato fra cantante comico e pubblico, dall’aktro, credo, trascuri i riferimenti al tempo in cui ebbe ebbe successo quella canzone e perché: forse attraverso l’approfondimento ci potrebbe essere da parte dello spettatore un’adesione più completa.
Pubblico sorridente e plaudente.