Il grande inquisitore
di Carmelo La Carrubba


La forza cristologia del testo di Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov” è veramente di una modernità inquietante come attesta lo spettacolo andato in scena al Musco per lo Stabile catanese “Il grande inquisitore” per la regia di Peter Brook. Recitato in inglese con sottotitoli in italiano il lucido, terribile monologo è stato adattato per le scene dalla geniale Marie Hélène Estienne. L’azione si svolge a Siviglia, in Spagna, nel periodo più atroce dell’Inquisizione, dove per la gloria di Dio ardono i roghi e si bruciano gli eretici.

Cristo ritorna fra gli uomini e torna a fare miracoli e per la seconda volta viene condannato dal Santo Uffizio con l’accusa di avere risvegliato nell’uomo la coscienza e il libero arbitrio. E Cristo perdona una seconda volta: perdono che ne “I fratelli Karamazov” si trasferisce da Ivan, il narratore, a suo fratello con un abbraccio che placa i conflitti fra i due. Sulla scena la transitività del perdono e della lezione cristica si esprime attraverso il rigore della scena, la parola, la semplicità del gesto, la razionalizzazione dello spazio, l’uso del corpo dell’attore come presenza ed identità dell’interprete per costituire un linguaggio scenico omogeneo.

E così si svolge il monologo-dialogo fra l’inquisitore, Bruce Myers, e Gesù che ascolta seduto, Joachim Zuber. Peter Brook ha siglato la regia all’insegna dell’essenzialità non disgiunta da chiarezza e profondità perché i temi trattati sono quanto di più importante per l’esistenza dell’uomo, per la sua eticità fra cui la libertà di scelta fra bene e male.

 

Seguiamo la considerazione su questo argomento:” nulla è stato più intollerabile della libertà…” Lasciano non solo sbalorditi ma pure atterriti perché l’uomo che l’ha pronunciata è un uomo che fa un lavoro sporco, incenerisce ogni giorno centinaia di eretici ma ha una intelligenza feroce, acuta, è passionale, esprime rabbia ma anche impassibilità nella sua rivolta contro quel Cristo che trasuda amore. “Il popolo adora quel Dio e io lo sbatto in prigione, lo metto sotto torchio per la seconda volta, Mi imbarazza la sua bontà, il suo amore assoluto, lo incita ad un moto di collera, mi guarda benevolo, io lo condanno a morte e lui? Si alza e mi bacia in bocca.” Queste parole che rappresentano la forza evocativa del testo vengono dette dall’inquisitore con rigore e passione quasi a voler convincere l’interlocutore e vengono accompagnate dalla compostezza del corpo che ha una sua eloquenza, da un accento malizioso e suadente, da mani ossute che sembrano parlare implorando e che quando si muovono esprimono giudizi con gesti essenziali, taglienti, espressivi. Circa un’ora di monologo che è una profonda riflessione teologica e filosofica sull’essere, sul presente, sul rapporto con il Creatore: sono i pilastri tematici e recitativi per l’attore che dell’uomo deve farci intuire la superbia orgogliosa e la finitudine dell’umano nella sua solitudine ma anche la speranza che scaturisce dal bacio che Gesù dà all’inquisitore.

Pubblico attento e meditabondo che è esploso in un possente applauso ripetuto più volte.