Un grande grido d'amore
di Carmelo La Carrubba

Al Teatro comunale di Trecastagni per lo Stabile etneo è andato in scena “Un grande grido d’amore” di Josiane Balasco per la regia di Maurizio Panici. Una pièce amara e divertente ad un tempo e con un finale a sorpresa che nella sua drammaticità giustifica il titolo dello spettacolo che è giocato sulla rapidità dei tempi scenici e delle battute che concludono situazioni particolari di quattro artisti che devono preparare – a diverso titolo – uno spettacolo.

In questa pièce si parla più di quello che accade sul palcoscenico prima di uno spettacolo che di quello che i protagonisti devono affrontare come tema della commedia da interpretare: è la classica situazione del teatro nel teatro in cui il vero tema è quello dei protagonisti che debbono rivedere le loro precedenti esperienze di vita che costituiscono il loro passato. I due interpreti principali sono stati qualche anno fa uniti da un amore travolgente, una passione che fu segnata da una rottura per tradimento che lasciò strascichi e incomprensioni non sanate dal tempo. Ora essi inaspettatamente si trovano di fronte per essere protagonisti sulla scena ma soprattutto del loro passato e di quanto ancora non sia morto del loro amore. Questo tema viene affrontato dai quattro attori con una voglia matta di giocare e di mettersi in gioco in cui scontri e incontri si alternano con intelligenza e gusto della suspence in cui il comico gioca un effetto non trascurabile.
Pamela Villoresi è Gigì tormentata artista che ha avuto problemi con l’alcool per le sue amare esperienze, ha un carattere fortemente irruente e una carica di femminilità prorompente che però è solcata da una profonda fragilità mentre Pietro Longhi è Hugo, vanitoso e altezzoso partner in cui passato e presente si incontrano per lasciare il segno definitivo mentre Gabriella Silvestri è Gabri che tesse le fila di questa trama e Stefano Antonucci è Leone il regista che tra dispetti durante le prove di recitazione, tra incomprensioni e cattiverie, con una comicità leggera svela le debolezza della loro professione di attori.

Pur in un gioco attorale per uno spettacolo dove prevale la comicità delle situazioni c’è l’ambizione della ricerca della verità che conclude tragicamente la vicenda di Gigì e Hugo. Ottima la regia e l’interpretazione dei quattro attori che hanno mostrato bravura nel creare i profili dei loro personaggi ben graditi e applauditi dal pubblico.