Grisù, Giuseppe e Maria
di Carmelo La Carrubba

 


Un affresco di vita quotidiana nella Napoli del popolo minuto intorno agli Anni Cinquanta quando gli italiani emigravano come minatori in Belgio e le loro donne si facevano leggere le lettere perché analfabete, è quello rappresentato da Giuseppe Clementi nella commedia “Grisù, Giuseppe e Maria” in scena al Teatro Brancati con sentita partecipazione di pubblico.
Già i fratelli De Filippo: Eduardo, Peppino e Titina al loro esordio, col loro teatro umoristico, avevano portato sulla scena i vicoli della città e i loro abitanti che affrontavano i problemi esistenziali con amara rassegnazione.
La scrittura brillante del testo di Clementi dà vita a personaggi complessi e artisticamente ben riusciti che appartengono ad un dopoguerra che tarda ad allontanarsi e riflettono la miseria di un Paese che tenta di risollevarsi: se il clima è questo la verve che sostiene il dialogo fra i nostri eroi è esilarante perché “gioca” con le parole, i doppi sensi, col loro analfabetismo, la loro grammatica zoppa, gli equivoci su situazioni imbarazzanti in cui , spesso, i protagonisti non si rendono conto dell’intensità drammatica della loro situazione che però si risolve attraverso la comicità delle gag in un finale consolatorio che non smorza la risata del pubblico che è continua e partecipativa. Mai sentiti, in questi ultimi tempi, tanti applausi quasi ad ogni scena dello spettacolo.
Se il testo funziona perché è scritto e ideato per un teatro realistico ma leggero il successo è dovuto in gran parte agli attori Pistoia e Fiorentino che cura pure la regia, i quali hanno raggiunto in questi ruoli tragicomici una intesa particolare nel delineare i caratteri dei personaggi ma soprattutto nel rispettare i tempi scenici incalzanti del comico che sono alla base della comicità. Inoltre questa coppia per fare ridere punta tutta la forza della loro recitazione sulla battuta intelligente mai volgare che dà una risata di testa. Al talento dei due attori principali ben si associa quello di Franca Abategiovanni e Sandra Caruso che creano un sincronismo di tempi scenici adatti a rappresentare in maniera comica situazioni drammatiche come è quella in cui vivono queste donne mentre il “Grisù” uccide i loro mariti ed è terribile l’osservazione della moglie quando lo rievoca morto bianco come un lenzuolo, lui minatore e con la cravatta e la camicia nuova come non era avvenuto per il loro matrimonio.
Intesa e talento comico il tono della loro rappresentazione che avviene in una sacrestia di Pozzuoli in cui il colto parroco riceve le confidenze di due sorelle entrambe incinte in cui c’è coinvolto il farmacista (Diego Gueci) e il prelato – ma non sveliamo come – trova l’espediente per difendere l’onore delle sue parrocchiane.
Se è bravo Fiorentino nel ruolo del prete e in quello di regista altrettanto e forse più lo è Pistoia in quello del sacrestano per la ricchezza dei tic di cui vive il suo personaggio. In questa girandola di situazioni le due sorelle vivono in un carosello di grovigli ma in un clima in cui prevalgono i buoni sentimenti.
Ben apprezzato dal pubblico il sapore agrodolce della storia con applausi ed applausi.