Ccu i guanti gialli
di Carmelo La Carrubba

 


Luigi Pirandello fu quel genio teatrale che nel secolo scorso mise in luce, indagando, l’identità individuale, l’impossibilità della certezza della verità anzi ne sottolineò la sua ambiguità e puntualizzò che nel rapporto con le apparenze imposte dalla società la verità diventa altro.
Con la novella del 1906 “Tutto per bene” l’Autore affrontò questi contenuti attraverso la storia di una moglie infedele che con la complicità dell’amante riduce il marito al ruolo subalterno di chi è protetto dall’amico, apparentemente fidato, che estende nel tempo la sua protezione anche nei confronti della bambina della coppia, ritenendola sua. Passano gli anni e si perviene al giorno delle nozze della ragazza mentre, nel frattempo, è morta la donna e il marito, a torto denigrato, viene sempre più isolato in una indegna emarginazione.
Da questa novella nacque il testo teatrale che fu interpretato da Ruggero Ruggeri ma Pirandello, nel 1921, rielabora il testo traducendolo in dialetto siciliano dal titolo “Ccu ‘i guanti gialli” e lo affida ad Angelo Musco che lo porterà in scena e al successo il 9 settembre del 1921.
In questo nuovo testo il protagonista prende coscienza del dramma che sta vivendo e si trasforma in un personaggio ambiguo però chiarendo la falsa amicizia in cui è caduto, il rapporto con la figlia e il genero, con la società e soprattutto suggella con quell’umorismo amaro che è una caratteristica dell’agrigentino quanta ipocrisia è insita nel perbenismo di una società chiusa, dura e spietata che lo accetta perché il protagonista ormai consapevole del gioco recita la vecchia commedia che gli altri gli hanno fatto recitare per diciannove anni inconsapevolmente.
Lo spettacolo “Ccu ‘i guanti gialli” già in scena dal 5 gennaio al Teatro Vitaliano Brancati ha tutti i numeri per continuare una nobile tradizione che da Musco ad oggi ha sempre caratterizzato il miglior teatro della città di Catania.
In una scena semplice (di Susanna Messina), un salotto stile Anni Trenta, si svolge il dramma di Don Masinu Teri. L’attenta e intelligente regia di Turi Giordano asseconda lo svilupparsi degli avvenimenti in un contesto provinciale apparentemente statico: sotto la cenere di un perbenismo borghese ipocrita cova il fuoco di una verità, sconosciuta al protagonista, ma di cui tutti sono a conoscenza con la consapevolezza che anche il protagonista sappia la verità e taccia per convenienza. Il protagonista non sa e si rode.
Nello spettacolo il linguaggio scenico che Turi Giordano ha imposto al racconto teatrale – pur nella versione siciliana del testo, in cui sono presenti alcuni preziosismi dialettali, non privilegia l’aspetto comico di alcuni lati della vicenda semmai ne sottolinea – in alcune scene nodali – l’ironia e l’umorismo di situazioni decisamente drammatiche se non grottesche nelle quali – come si suol dire in Sicilia – si ride per non piangere.
In questa rappresentazione la drammaturgia del testo viene intesa in tutta la sua intensità emotiva sia dal protagonista che dalla figlia in bilico nel dover scegliere di credere a chi appartiene e alcuni colpi di teatro, nel terzo e ultimo atto conclusivo, sono esemplari di una situazione paradossale alla apparente ricerca di una semplice verità.
Miko Magistro nel personaggio di Don Masinu Teri ha sprigionato la sua maturità di attore consumato che pur non tralasciando alcuni atteggiamenti naturalistici ha ben fatto suo l’argomentare dell’agrigentino nello scavare nell’animo dell’individuo fatto di amore, di onore, di amicizia, di sapere di essere il padre, di sapere di essere amato,di sapere che si è sempre mosso nel solco della verità (la sua) e ci ha dato un ritratto umano convincente e suadente di siciliano che ha valore universale ben gradito dal pubblico che ha applaudito a scena aperta durante e alla fine della rappresentazione.
Evelyn Famà, nel ruolo di Parma Teri, la figlia, è brava e convincente nei cambiamenti di fronte che la situazione le presenta diventando umanamente coinvolgente quando sceglie contro tutte le avverse apparenze.
Riccardo Maria Tarci, ‘U Cummendaturi Saru Nicosia, l’amico ambiguo e infedele svolge il suo ruolo con elegante sicurezza, mostrando anche il volto umano del personaggio nel terzo atto quando sarà travolto dalla veemenza del protagonista. Una ottima performance.
Claudio Musumeci, Margherita Mignemi, Luigi Coco, Luigi Nicotra, Maria Rita Sgarlato (un personaggio che oggi non esiste nella società siciliana) è la persona di fiducia che sa tenere i segreti in silenzio e lo fa egregiamente attraverso il suo personaggio. Giovanni Strano, Antonio Castro, Goiovanni Sineri. Questo gruppo di attori che completa il cast che ho affastellato in un solo fascio ha meritato un applauso intenso da parte del pubblico: ognuno nel proprio ruolo ha reso credibile la parte del racconto scenico che gli apparteneva.
Pubblico soddisfatto e plaudente per l’ottimo spettacolo.