Hedda Gabler
di Carmelo La Carrubba

 

 

Con “Hedda Gabler” di Ibsen pubblicato nel 1890 e rappresentato l’anno seguente va in scena, per la prima volta, una donna fatale, una bella tenebrosa dai gusti estetizzanti che vuole che persino la morte sia una bella morte possibilmente ottenuta con un bel gesto.
Altra protagonista del dramma è la famiglia borghese attraversata da pulsioni profonde, da un rispetto ossessivo per i ruoli sociali dei protagonisti, da compromessi per ottenere ruoli di prestigio.
Così nella drammaturgia ibnesiana i personaggi vivono in un clima doloroso e colpevole sia per le occulte inquietudini che le tormentano sia per l’incapacità di risolvere i propri problemi.
Anche in “Hedda Gabler” lo spettacolo in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese con la regia di Antonio Calende, la protagonista, pur altezzosa e cinica, mostra la sua intima fragilità: non riesce a vivere la sua femminilità, la sua maternità, né sa contenere certi gusti sadici come manifestare la volontà di giocare con i destini degli altri indirizzandoli al proprio piacimento. Eloquenti, al riguardo, sono i rapporti con il marito, con la zia, con la signora Elvsted, Lovborg ad ognuno dei quali ella impone un determinato comportamento.
La regia di Antonio Calende, nello svolgimento drammaturgico della vicenda, approfondisce, scava nella psicologia dei personaggi, insiste nel rendere eloquente il “non detto” dei lati misteriosi, dei comportamenti apparentemente oscuri di ognuno di loro. E nel rivelare i loro reconditi pensieri lo spettatore capirà i voleri dei personaggi e le dinamiche che sono alla base dei loro comportamenti. Si capirà di Hedda come da giovane allontanò da sé – puntandogli la pistola del padre – lo spasimante Lovsborg e ora che compete al marito il posto all’università lo spinge al suicidio forse per realizzare la bella morte. Ma questa non sarà tale perché Lavsborg sarà ucciso, in un bordello di lusso, con un colpo al basso ventre. Invece sarà Hedda a spararsi con la seconda pistola del padre.
E chiediamoci perché si uccide Hedda? Cosa la tormentava e la rendeva insoddisfatta fino all’estremo gesto? Certamente il ricatto del giudice Brack che vuole coartare la sua volontà con la paura di uno scandalo ma forse c’è da capire la dinamica di quelle forze e potenze del sottosuolo che stanno alla base del personaggio che è da considerare più figlia di suo padre che moglie di suo marito.
Anche se solo immaginato, mentalmente, da Hedda l’incesto col padre ma non per questo meno tirannico ne diventa la causa ultima di questa sua fascinazione paterna che blocca ogni sviluppo naturale della sessualità. Non si spiegherebbe la furia devastatrice della donna che alla fine si scarica contro sé stessa se non si tiene conto che Hedda è incinta. In questo caso la maternità è la negazione della sua struggente fedeltà al padre è la prova evidente che ella lo ha tradito con un altro uomo. Ella ha già mimato un infanticidio quando brucia il manoscritto di Lovsborg che lui e Tea chiamavano “il loro bambino” e proprio nel suo caso verifica tragicamente che l’infanticidio del proprio figlio ella lo può raggiungere uccidendosi.
Lo scavo psicologico della regia di Antonio Calende illumina questo sofferto cammino della protagonista con una sensibilità poetica lontana da ogni risvolto naturalistico.
La scena di Pier Paolo Bisleri tutta nera sembra l’inconscio dei protagonisti attraversato dalle loro pulsioni nonché dalle loro oscure vicende. Al centro della scena è posto il ritratto del generale Gabler, il padre della protagonista, vero convitato di pietra che tanta importanza ha nel caratterizzare l’esito finale della protagonista. I costumi di Carla Teti, le musiche di Mazzocchetti, le luci di Napoletano sottolineano gli stati d’animo, i loro cambiamenti, le sfumature che sono alla base di un dramma femminile.
E infine la parola con tutta la sua ricchezza nella traduzione di Roberto Alone e gli attori se ne sono serviti con assoluta padronanza creando una straordinaria intesa fra loro. Ottima l’interpretazione di Manuela Mandracchia che in un ruolo che ha visto all’opera le più grandi interpreti del teatro contemporaneo trova la sua dimensione attorale senza enfatizzazioni creando un tipo di donna moderna vera perché consapevole del suo stato.
Iacopo Venturiero è il marito, un ruolo particolare ben disegnato con sicuro vigore – Simonetta Cartia è la zia: significativa la sua caratterizzazione – Brava Federica Rosellini nel ruolo della signora Elvsted : fragile ed indifesa prima determinata alla fine nella ricostruzione del manoscritto – Massimo Nicolini è Lovsborg una robusta interpretazione nel caratterizzare gli aspetti contraddittori del personaggio – infine Luciano Ramon è il giudice Brack interessante la caratterizzazione di un personaggio ambiguo , vanesio e maschilista.
Pubblico attento e plaudente alla fine a lungo e per parecchi minuti.