I mafiusi della Vicaria

 

Al Centro Zo è andata in scena per la rassegna “Gesti” lo spettacolo “I mafiusi della Vicaria” di Gaspare Mosca e di Giuseppe Rizzotto, testo del 1863, regia e scena di Guglielmo Ferro che l’ha ridotto liberamente in un unico atto in cui ha inteso rappresentare realisticamente, attraverso un gruppo di otto reclusi, i modi e i comportamenti, il codice di questi emergenti della malavita siciliana che imponevano ovunque la loro legge fatta di sopraffazione e di abusi, anche in carcere sotto lo sguardo compiacente delle due guardie carcerarie, venendo così a “spiegare” quello che si intende con la parola “mafia” nel suo nucleo originario che tuttora resiste all’usura del tempo e delle avverse peripezie.

Questa scelta registica ha il pregio del recupero filologico ma ancor più importante è che fa riflettere non soltanto su un fenomeno criminale ma su uno stato dell’animo umano quando esso incarna il Male. E, inoltre, l’aver scelto questo testo, il suo realismo è quello che si dice essere diventato l’aspetto forte dello spettacolo nella rappresentazione di una realtà ripugnante che tale vuole rimanere e che per tale dobbiamo severamente giudicarla.

Così si spiega la scelta di una scena che rappresenta la prigione come l’interno di una tonnara in cui le celle sono cunicoli che convergono nella camera grande da dove nessuno può scappare perché una grande rete li avvolge. Grandiosa metafora della forza della mafia, dell’essere implacabile a cui niente sfugge e dalla cui consapevolezza può derivare il modo di abbatterla.

 

 Spettacolo di rara forza drammatica e di grande spessore civile perché rappresentare non significa ossequiare ma capire e riflettere per reagire. In questa prigione i mafiusi si muovono strisciando carponi come vermi e il regista li osserva implacabile mentre sulle foglie secche istaurano il loro disonesto modo di agire. Lo spettatore assiste a questo fenomeno dall’interno e così può conoscere la struttura dell’”onorata società” con le sue tendenze a inserirsi nel tessuto politico e finanziario contemporaneo. E quello che è stato un mondo tipicamente meridionale è diventato nel tempo un comportamento che valica i confini di una regione, di una nazione. In questa tristemente famosa “Vicaria” , il carcere palermitano dove si svolge lo spettacolo assistiamo a dei fatti che chissà quante volte si sono ripetuti nelle medesime condizioni e con i medesimi risvolti delittuosi che alla fine assumono dei significati metafisici di una lotta fra il Bene e il Male perché in essa è coinvolta l’anima dell’uomo.

 

Gesualdo Bufalino a chi gli chiedeva “Come mai lei non è diventato mafioso?”. Rispondeva:”Ci sono riuscito ascoltando Mozart”. Se Guglielmo Ferro ha fatto sua questa risposta ogni spettatore avrà, ne sono convinto, un a sua per non essere mafioso.
Ai tempi drammaturgici serrati della regia si associano con giusta cadenza le melodie di Massimiliano Pace nonché ad officiare al rito scenico un gruppo di bravissimi attori che hanno saputo scolpire i caratteri dei personaggi con una recitazione dura, incisiva: Domenico Gennaro è il rais Jachino Funciazza, spietato, istintivo; Agostino Zumbo dà voce e costruisce un bel personaggio, l’intellettuale Leonardo, ritenuto uno sciocco perché alieno dal linguaggio mafioso; Fulvio D’Angelo è notevole nel ruolo di spia; Bruno Torrisi è Minico; Lino De Motta è l’esuberante Turi; Fiorenzo Fiorito è il politico corrotto; Adriano Aiello e Arcangelo Coco sono i due picciotti.

Gran finale con un vero colpo di teatro quando gli uccisori di Nino punito perché è un infame che ha “cantato”, con le mani ancora lorde di sangue alzano la rete e raggiungono il pubblico per dire che sono fra noi. Dal silenzio attento si è passati ad un applauso fragoroso, intenso,duraturo.
 

Carmelo La Carrubba