L'importanza di chiamarsi Ernesto
di Carmelo La Carrubba


Nella brillante commedia di Oscar Wilde “L’importanza di chiamarsi Ernesto” ( o “L’importanza di essere onesto” giocato sull’omofonia fra il nome proprio Ernest e l’aggettivo “earnest”) lo spettacolo in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese dal 3 al 13 febbraio, arte e vita si fondono e si confondono non soltanto ai fini di una poetica ma quale documento di un’esistenza vissuta con coerenza fino alle estreme conseguenze.

In questa commedia Wilde costruisce una sorta di farsa esistenziale per sbeffeggiare il mondo vittoriano, svelarne l’ipocrisia della forma e il vuoto morale nonché l’opportunismo dei singoli. La sua scrittura più che affidarsi all’azione e ai colpi di scena è aperta alla maestosità dei dialoghi in cui sono posti sullo stesso piano argomenti serio frivoli. Così attraverso l’apparente assurdità dei dialoghi si critica l’immobilismo di una società salottiera, succube del denaro, incapace di distinguere il serio dal faceto, il falso dal vero, la ragione dalla fantasia per scoprire alla fine che c’è solo una grande confusione. Wilde svela, infine, come il senso della vita si trova nello specchio dell’assurdo e la sua critica feroce nel demolire una società conservatrice qual è l’Inghilterra vittoriana lo vedrà condannato e imprigionato perché omosessuale.

Nello spettacolo in due atti con la regia e l’interpretazione di Geppj Gleijeses è una compagnia di buon livello agiscono personaggi solidi e non farseschi che parlano in maniera brillante del nulla perché il nulla è la loro sostanza e il paradosso la loro dialettica; esprimono così attraverso i loro dialoghi il vuoto morale e rappresentano lo specchio di una società vacua e crudele.

Geppj Gleijeses è sulla scena il commentatore ironico che, pur non influenzando l’azione, diventa un personaggio fondamentale perché da voce al brio epigrammatico dell’autore. Inoltre molta importanza ha il riso nel gioco scenico perché rappresenta un vero paravento per nascondere la trattazione degli argomenti più scomodi o quelli in cui l’apparente ilarità cela verità profonde.

A questo gioco partecipano tutti gli attori del cast e in particolare la divertentissima Lucia Poli, una vera donna inglese dalla forma impeccabile, dal sarcasmo pronto, dalla logica frutto di irresistibile illogicità. Ottima Marianella Bargigli nei panni del giovane Algermon e così Valeria Contadino, Orazio Strabuzzi,  Renata Zarengo, Giordana Morandini, Luciano D’Amico.

Belli e intonati all’Epoca  vittoriana i costumi di Adele Bargilli. Matteo D’Amico ha curato le musiche. Le luci sono di Luigi Ascione.

Il pubblico si è divertito riflettendo e ha applaudito durante e soprattutto alla fine dello spettacolo.