L'indecenza
di Carmelo La Carrubba


“L’acqua cheta di solito puzza “ - sono le parole di un grande scrittore – così come la staticità di una situazione, il non evolversi di un rapporto nel suo interagire con la realtà genera indecenza come segno dell’agire umano.
E’ quanto accade alla protagonista del libro di Elvira Seminara “L’indecenza” e altresì ai personaggi dello spettacolo eponimo nell’adattamento di Rosario Castelli in scena fino al 4 di aprile a Palazzo Platamone sede della Scuola d’Arte Drammatica “U. Spadaio” per la regia di Gianpiero Borgia, le scene e i costumi di Giuseppe Avallone, le musiche originali di Papacecchio MMC e Francesco Santalucia, le luci (magiche) di Franco Buzzanca.


In un giardino che è diventato una gabbia perché sta soffocando la dimora di una coppia di sposi che ha perduto la figlia di sette mesi: la donna , in particolare, rimane drammaticamente sconvolta. Essa, non riuscendo ad elaborare il lutto che l’ha colpita si rinserra – sempre più – in sé stessa né l’uomo è di aiuto alla sua compagna. Egli si limita a costatare che la moglie “Non è quella di prima”.
Anche lui non ha rapporti dialettici con la realtà che vive. Né la situazione sostanzialmente muta quando arriva in quella casa una giovane badante ucraina che - nell’apparente vivacità della sua venuta che sembra sconvolgere i ritmi della coppia – si abbatte , anche in lei, un conformismo quotidiano stagnante.


Quella disegnata dalla Seminara prima e dalla drammaturgia di Borgia nello spettacolo è una visione amara, dura, pessimistica del presente. Né il contatto con culture diverse e generazioni giovani si apre al futuro. Il rapporto generazionale non dà – in questo caso – i frutti che ci aspetteremmo. Il mondo della Seminara-Castelli-Borgia è senza speranza.
La drammaturgia dello spettacolo tende, nel racconto delle tre storie, ad approfondire la personalità dei personaggi documentando così la stagnazione delle loro esistenze. Per cui i loro destini sono segnati dalla natura – come è quella del giardino – che li sta soffocando fino alla tragedia.
Lo spettacolo si snoda con un linguaggio scenico interessante ma la sua drammaturgia scorre con ritmi scenici lenti e ripetitivi che sottraggono vivacità alla narrazione.
Gli interpreti sono bravissimi nel disegnare i loro ruoli da David Coco, il marito, emblema di una condotta – o se volete – di un’indecenza, metafora di un comportamento di grande attualità sociale a Valeria Contadino, la moglie, che “vive” i contrapposti e drammatici sentimenti della sua vita con notevole intensità, alla badante, Ludmila, che “incarna” i sentimenti e i comportamenti dei suoi coetanei con molta coerenza.
Pubblico in religioso silenzio durante l’arco dell’atto unico di cento minuti, attento e interessato fino all’epilogo finale in cui ha applaudito gli attori e lo spettacolo.