L'inganno
di Carmelo La Carrubba

 

Da “Delitto e castigo” di Dostoyeskj a “L’inganno” (1969) DI Antony Shaffer il percorso di Glauco Mauri attore e regista nonché traduttore, suo l’adattamento, nella sua indagine dell’animo umano nei confronti di attività delittuose, è puntuale e brillante in quanto questi testi gli consentono di creare e portare sulla scena uno dei più intriganti giuochi teatrali in cui l’abilità degli attori diventa il divertissemant per il pubblico.

 

Operazione non semplice ma perfettamente riuscita nel mettere in scena il thriller psicologico “L’inganno” di Shaffer che ha chiuso la stagione degli spettacoli al Teatro Vittorio Emanuele di Messina; l’autore inglese è stato anche un abile sceneggiatore di gialli e ha collaborato con Alfred Hitchcock intorno agli anni Settanta. Shaffer fra le sue doti ha anche quella di essere un ottimo umorista ed è capace di sorridere coinvolgendo gli altri delle situazioni più scabrose. Infatti la tematica di questo testo – fra verità e menzogna – si risolve nell’inganno a cui vanno incontro i protagonisti di questa vicenda riflettendo sulla scena quanto la vita offre ad ogni individuo. I protagonisti sono due strane figure di uomini che giocano ad ingannarsi, a ferirsi nei loro più intimi sentimenti, ora in maniera drammatica ora in maniera farsesca, affrontandosi sempre con ironia e intelligenza in un gioco scenico particolare dove sempre in agguato è l’imprevisto che crea colpi di scena a ripetizione e tiene desta l’attenzione del pubblico affascinandola con l’abilità di una interpretazione fra l’ironia e il comico, fra l’indagine psicologica del dramma e la risoluzione farsesca di situazioni che sembravano inestricabili. Un gioco attorale giocato sul divertimento personale nel creare il personaggio vincente o meno come in una partita dove uno dei due è di troppo. E qui eccelle la maturità e la consumata abilità di Mauri nei panni di Andrew, famoso scrittore di gialli, che la deve fare pagare al giovane amante della moglie interpretato da Roberto Sturno nel ruolo di Milo, che ribatte, in perfetta sintonia col rivale, colpo su colpo, bravura a bravura, inganno ad inganno, mettendo in campo una grande interpretazione ricca di umorismo fra ironia e pathos ma soprattutto di istrionismi e soluzioni comiche ben gradite da un pubblico attento e affascinato da questa perfetta performance teatrale.


E’ evidente che il grande fascino dello spettacolo è costituito dai due protagonisti Mauri e Sturno che trovano soluzioni ad ogni ostacolo narrativo con bravura e leggerezza. E Sturno in questo gioco – nella scena del travestimento – ha rivelato splendide doti di mimetismo anche vocale ben gradite da un pubblico attento e plaudente durante e soprattutto alla fine dello spettacolo.


Altro merito è quello della regia che ha dettato tempi scenici spediti che come in una sinfonia rendono fluido il racconto senza pause inutili e qui sono anche in gioco le funzionali scene di Giuliano Spinelli che ha creato inedite soluzioni tanto pertinenti alle conclusioni del racconto scenico, così i costumi di Simona Monesi che tanto contribuiscono ai travestimenti di Milo e di Andrew nonché le musiche di Germano Mazzucchetti che del thriller ne sottolineano le cadenze.


Riflettevo sul fatto che questo spettacolo prodotto da una compagnia fuori dai circuiti dei Teatri Stabili, difficilmente potrà essere visto dal pubblico di queste istituzioni che nate per creare e fare circolare il meglio del teatro italiano si stanno rinchiudendo in un circuito esclusivo fra Stabili dove non c’è posto per spettacoli – anche se di qualità – che esulano da queste istituzioni che sono nate e vengono finanziate – non dimentichiamolo – con soldi pubblici.