Intervista con Agata Motta
di Carmelo La Carrubba

 


Il 9/10/11 aprile va in scena al Teatro Libero di Palermo lo spettacolo “Viaggio nei tuoi occhi” regia di Clara Gebbia su testo della giornalista e scrittrice Agata Motta. Centrale è la figura della madre nello spettacolo nella constatazione che essa si può comprendere e conoscere solo quando si diventa madri. La drammaturgia si sviluppa attraverso tre personaggi o, se volete, tre diversi modi di essere madre: l’autrice affronta tre aspetti fondamentali dell’essere o non essere madre: quando una malattia invalidante non le fa ricordare che ha una figlia; quando la figlia tenta di diventare madre o, infine, di una donna che dialoga in chat della mancata maternità. Sono pensieri di grande attualità per chi li vive ma che conservano echi di risonanze antiche.
Prima dello spettacolo abbiamo rivolto delle domande all’autrice:
D. Puoi dire qual è la parola chiave che con insistenza è diventata la sintesi della sofferenza quotidiana e sta alla base di questo tuo lavoro teatrale?
R. Come spesso accade nei miei lavori, una o più parole si affacciano con ostinazione nelle mie giornate a chiedere attenzione. In questo lavoro la parola chiave è senz’altro “madre” e intorno ad essa ruotano le storie delle tre donne protagoniste, storie di dolore quotidiano che sanno trasformarsi in ariose speranze e che riescono a suscitare persino il riso. Se volessi sintetizzare in una frase il succo della storia o la morale della favola potrei dire che i figli, se ci vogliamo bene, sarebbe meglio non farli, ma una volta fatti diventano la parte migliore di noi.
D. Madri, genitori, figli sono i protagonisti – con la loro presenza o assenza – della vita di ognuno di noi. Sicuramente anche della tua vita: E’ così?
R. Certo, è così. Non posso nascondere che all’origine del mio lavoro ci sono delle esperienze che mi appartengono, come la gravidanza arrivata in età matura o il rapporto irrisolto con la malattia di mia madre o la constatazione di quanto i social network stiano stravolgendo le relazioni sociali trasformandole in qualcosa di “liquido”, per usare un’espressione celebre del sociologo Bauman. L’idea di scoprirmi sulla scena, di mettere a nudo parte della mia vita però mi imbarazzava molto, così ho preferito cogliere solo degli input e procedere su un terreno del tutto diverso, lasciando che i personaggi scegliessero direzioni diverse ma dando loro in prestito le mie emozioni reali.
D. Il lavoro con la regista Clara Gebbia nell’impostare un linguaggio scenico si sarà presentato ricco di creatività ma anche di difficoltà. Ne vuoi parlare?
R. L’incontro con Clara Gebbia è stato subito speciale e quasi magico, perché abbiamo scoperto di avere moltissimo in comune, la stessa determinazione, la stessa voglia di esplorare i meandri dell’animo umano. L’aver trascorso alcuni giorni con lei durante le prove mi ha consentito di far aderire perfettamente il testo alle esigenze sceniche. Clara ha una concezione originalissima del teatro, indissolubilmente legata al canto (rigorosamente a cappella nelle bellissime voci di Nenè Barini, Germana Mastropasqua e Alessandra Roca); inoltre lavora con una compositrice eccellente, Antonella Talamonti, e con lei ha impostato un controcanto mitico (in un suggestivo greco antico) legato alle Moire. Parole e melodia si sostengono vicendevolmente, si danno significato, si rincorrono, si oppongono in un insieme di grande effetto.