Intervista a Glauco Mauri (Faust)
di Carmelo La Carrubba


 

Siamo sicuri di fare cosa gradita ai nostri interlocutori, amanti del teatro, riproponendo l’intervista al grande attore Glauco Mauri rilasciataci 22 anni fa in occasione della prima edizione del “Faust” andata in scena a Catania al Teatro Metropolitan e che fu pubblicata sul settimanale “Prospettive” (3 maggio 1987). Ricordiamo pure che Egli è stato con la sua compagnia a Catania con spettacoli importanti come “La bisbetica domata”, “Cola di Rienzo” , “Edipo re” ed “Edipo a Colono”, “Delitto e castigo” e nel lontano 1958 al Chiostro dei Benedettini uno spassosissimo Giancaccola nel “Molto rumore per nulla” quando giovanissimo recitava con la mitica Compagnia dei Giovani.Ecco il testo:


Conosco Glauco Mauri come attore dal 1958 e ho sempre ammirato il suo smisurato amore per il teatro. Ho voluto conoscerlo personalmente e mi sono trovato a conversare con una persona colta, dalle idee chiare e con dei programmi ambiziosi da sviluppare dov’erano contenute alcune delle operazioni culturali più interessanti espresse dal teatro italiano.
Un uomo mite – impressione questa dovuta al suo sguardo limpido, ai suoi occhi chiari – che mentre era ricoverato in clinica per un intervento chirurgico subito a Catania nel 1975, si preoccupava della sua Compagnia, dei suoi colleghi di lavoro.
Dopo teatro, nel camerino o anche di pomeriggio come questa volta o altre volte, è stato sempre interessante parlare di teatro con Mauri e così ho voluto registrare la nostra conversazione per offrirne il testo ai lettori di “Prospettive”.
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Faust, nella letteratura colta dello “Strum und Drang”, diventa simbolo della inesausta sete di sapere e dello spirito titanico dell’individuo, insofferente dei freni sociali e ribelle alla divinità. In questo ambito si colloca anche la versione giovanile del Faust goethiano (il cosiddetto Urfaust). Successivamente l’opera di Goethe crea, non il patto col Diavolo di un vecchio che vuole ringiovanire, ma l’inquietidune scientifica e poetica di fronte al mistero della vita. E su questa problematica, Goethe lavorò per tutta la vita, fino ad ottantaquattro anni, per dodicimila e centoundici versi, dove si interpreta il destino dell’uomo e il significato della sua storia.
Il Faust è oggi voluto, diretto e interpretato da Glauco Mauri, in un’edizione adattata dallo stesso Mauri e da Dario Del Corno ovviamente ridotta ma aderente nel senso e nello stile al valore della tragedia goethiana. La storia di Faust è la scommessa fra Dio e il Diavolo fino alla morte e alla salvazione, dove la scommessa è vinta.
La chiave di lettura di questo lavoro di Mauri si trova in una delle ultime lettere di Goethe dove, poco prima di morire, a chi gli chiedeva che cosa in definitiva fosse questo suo Faust rispondeva: “E’ un grande gioco, molto serio”. E questo spero – dice Mauri – sia la peculiarità del nostro spettacolo. Un grande gioco pieno di fantasia, passione, intelligenza, sentimento, dove si racconta la storia dell’uomo. Un atto d’amore verso quel teatro che con le sue meravigliose favole parla agli uomini della loro felicità, delle loro angosce, delle loro speranze, dei loro dubbi, della loro solitudine”.


D. In questa tragedia goethiana si giocano i grandi temi della vita e dell’uomo cioè la tragedia e la commedia, la passione e il gioco, il dolore e la gioia, l’ironia e la saggezza, il mistero e il dubbio, il coraggio dello spirito e lo sgomento della carne e, soprattutto, la conquista di una verità superiore; quali aspetti autentici della vita dell’uomo hanno interessato Mauri, regista-interprete?
R. La cosa che mi ha interessato di più di questo testo, che è poi uno di quei problemi che seguo da trent’anni, è la domanda che l’uomo si pone sempre, perché vive e a che cosa serve la sua vita. Il dramma di Faust è proprio questo: questo suo incredibile e faticoso, a volte meraviglioso, a volte doloroso viaggio. Una specie di Via Crucis in cui ci sono tante tappe segnate dalla Fama, dal Potere, dalla Gloria, dall’Amore, dalla Lussuria, dalla Magia e il tutto per arrivare a capire quale deve essere la funzione dell’uomo in questo mondo e solo alla fine ha la rivelazione che è per aiutare gli altri uomini, questa è la verità che dice Faust.


D. “Fermati,attimo, dunque: tu sei così bello!”. Come è stato interpretato e perché?
R. Faust rappresenta l’uomo nella sua insaziabilità; l’uomo che non è mai contento di nulla; sempre alla ricerca di nuove emozioni. E la cosa bella è che Faust non chiede le cose più belle della vita ma chiede anche di potere possedere la vita nella sua totalità: nelle cose più alte e in quelle più tenebrose, - egli dice – voglio riempire il mio petto del bene e del male dell’uomo. E’ talmente sicuro di questo che accetta di fare un patto col diavolo perché è sicuro che non ci sarà niente al mondo che lo potrà fermare in questa corsa verso altre esperienze ed invece si accorge, ad un certo punto, che questa esperienza, questa verità, in cui lui si sente un uomo utile agli altri uomini, può far si che dica: attimo, fermati, sei bello.
Che è come dire alla vita: basta, posso anche morire, la mia vita è stata degna di essere vissuta.


D. La salvazione di Faust – dice in una lettera Goethe a Eckermann (6 giugno 1831) – sta in armonia con il nostro concetto religioso secondo il quale noi non ci salviamo colla nostra forza, ma in virtù della grazia di Dio sopraggiungente.
Quanta affinità c’è, nella regia di Mauri, con la visione della salvezza goethiana?
R. Poca. Credo sia uno degli aspetti di Goethe.
Goethe è sempre stato di una coerenza profondissima, poeticamente, ma da un punto di vista religioso, io non ho sposato completamente questa causa. Eppoi, non a caso, nella scena d’amore fra Margherita e Faust giovane c’è il momento quando dice: ma tu credi in Dio? Lui cosa risponde? Chi è capace di dire “io credo in Dio” e chi può permettersi di dire “io non credo”. Lascialo entrare in te questo sentimento e chiamalo come vuoi: amore, passione, desiderio, Dio, ecco anche Dio, sentire è tutto, “questo era il Dio di Goethe, il sentire, il Dio immanente nella natura, in ogni manifestazione dell’uomo, questo era il vero Dio di Goethe. Lui non era credente ortodosso…
 

D. Però era uno il quale intendeva soprattutto in questa lettera sottolineare l’aspetto religioso<che invece nella…
R…nostra dizione, ad esempio non è molto sottolineato. Naturalmente la funzione dell’interprete, pur avendo l’interprete il dovere di essere fedele a ciò che dice l’autore, è anche quella di tirare fuori dal dal testo delle cose che egli non aveva previsto. Ricordo quello che Pirandello dice sui “ sei personaggi in cerca di autore”:”quando tu scrivi i personaggi essi assumono una tale personalità, una tale indipendenza che fuggono per la tangente esprimendo delle cose che magari l’autore non è che no le volesse dire, le aveva contenute dentro e le aveva espresse ma non le aveva capite esattamente per quello che c’era sotto. “Ecco perché i grandi interpreti riecono a rendere più belle, a volte, un brano di Mozart o di Beethoven perché riescono – pur leggendo la musica nelle sue note – a capire cosa in quel momento l’autore voleva dire.
 

D. Mefistofele è un personaggio ironico nel suo spettacolo. Perché?
R. Il Diavolo è visto con una grande ironia; non a caso gli angeli che rubano l’anima di Faust a Mefistofele; ecco è uno sberleffo di ironia incredibile e quindi io ho visto questo personaggio molto grottesco, molto comico, però con una grande solitudine.
Peraltro Faust e Mefistofele sono la stessa persona sdoppiata, i due aspetti dell’uomo, il bene e il male e non a caso e non a caso con la morte di Faust coincide anche la morte di Mefistofele. In fin dei conti l’avventura di Faust è stata per Mefistofele un’avventura meravigliosa, non solo si è arricchito Faust ma si è arricchito pure Mefistofele, questi ha capito tante cose dell’uomo che prima non aveva scoperto e dice: Complimenti, Faust, sei un osso duro anche per il diavolo cioè egli non credeva che l’uomo avesse tali risorse, tali capacità e quindi è stato un arricchimento per entrambi
 

D. E il folle, con Mauri, ancora una volta diventa il personaggio lucido, intelligente, profetico. Perché?
R. Questo era nel testo eppoi sono sempre convinto che il pazzo cioè la pazzia libera l’uomo da tutti i legami che l’avevano ingabbiato, i compromessi, le sovrastrutture e permette all’uomo di essere se stesso.
 

D. Nel rappresentare Faust e Mefistofele, Mauri e Sturno si scambiano le parti. C’è anche un suggerimento di lettura data la complementarietà del bene e del male e cosa significa lo scambio di esperienze fra le parti?
R. Ho cercato di abbinare le due cose perché lo scambio delle parti sta a dimostrare l’unione di questi due personaggi perché rappresentano i due aspetti della stessa moneta; nello stesso tempo ho voluto dare, nel convincimento che il teatro non deve essere conferenza ma spettacolo, divertimento, un’emozione spettacolare nel travestimento dei due.
 

D. E’ stata una esigenza di regia, oltre che un modo di leggere il testo?
R. Prima si parte sempre da un fatto ideologico, da un convincimento interiore, profondo, dopodicchè non ne faccio un’operazione matematica, ma ne faccio, se ci riesco e quando ci riesco, un fatto di poesia: il Faust giovane che fa la corte a Margherita è, come discorso teatrale, un momento di teatro molto bello.
 

D. I personaggi interpretati da te, da Re Lear a Macbeth, Edipo, Filottete, Puntila Beethoven, Malvolio hanno tutti un’età matura, sono stati segnati da una sorte ingrata. Fin dove arriva la “causalità” nella scelta di questi personaggi?
R. C’è una casualità spicciola che non è importante ed è data dalla mia età. Io sono sempre alla ricerca di personaggi che non siano inerti, non mi piacciono i personaggi che iniziano in un modo e finiscono allo stesso modo, l’importante è che hanno in sé l’arco della vita. Lear è convinto di aver vissuto novantenni, di sapere tutto e non ha capito nulla…
 

D…e c’è voluto un folle, un folle profetico…
R…e lo stesso avviene – ed è il comico della cosa – con Malvolio personaggio tutto d’un pezzo che deve passare attraverso tante esperienze negative e dopo la burla che lo rende quasi pazzo, ritrova alla fine l’umanità e non a caso la ritrova con questo abbraccio con il buffone. Infatti in tutti questi personaggi scespiriani – e parlo di Shakespeare che è il più grande di tutti – c’è questa meravigliosa caduta come per esempio nel Riccardo questi ha bisogno di cadere nello squallore, anche fisico, più assoluto per capire cos’è la vita, cosa sono i valori della vita; e lo stesso Riccardo III, lo stesso Macbeth devono passare attraverso il dolore e l’errore o il rimorso per capire, anche loro e in fin dei conti, quali sono i veri valori della vita.
 

D. Nella scelta di alcuni personaggi goldoniani, scespiriani o brectiani vedo un filone recitativo comico-grottesco; quali sviluppi avrà?
R. Credo che varrà la pena di svilupparlo eppoi, oggi, il grottesco sono convinto sia la forma più immediata di spettacolo, anche della drammaticità perché il grottesco è una deformazione della vita in senso tragico.
 

D. Come si pone il capocomico Mauri nel quadro del teatro italiano e nel rapporto di amore-odio con il pubblico che da anni lo segue e lo ama nelle sue difficili scelte di attore?
R. Come capocomico trovo che sia un dispendio di energie incredibile
 

D. E di soldi anche perché si rischia in proprio.
R. Esatto. Trovo che pago a caro prezzo la mia libertà. Certo c’è tanto lavoro in più, però la libertà vale più di tutto. E rispondo alla seconda parte della domanda. La mia compagnia – e la cosa mi fa molto piacere – ha acquistato un marchio di garanzia. La gente che viene a vedre uno spettacolo di Mauri, pur potendo anche non essere d’accordo, è però sicura di vedere uno spettacolo di altissimo livello.
 

D. Infatti è stato riconosciuto da tutti, al di là delle tue grandissime qualità d’interprete – il fatto che la compagnia – da te diretta – risponde in tutti i suoi attori, allo spettacolo e sono tutti bravi ed efficaci.
R. E questo mi fa molto piacere perché vuol dire che qualche merito l’ho anch’io nel manico del coltello. Di tutte queste esperienze sento, come regista, che questo “Faust” rispetto a tutte le altre è la prova più matura, sono stato più attento a creare ed infine sono convinto che come si diventa bravi facendo gli attori, col tempo si diventa bravi a fare regia.