L'ispettore Generale
di Carmelo La Carrubba

 


Leggo da qualche parte che in Italia mancano gli autori teatrali in compenso sono in troppi quelli che – per esigenze di modernizzazione – mettono le mani nei testi classici o comunque capolavori che – in verità – sono diventati tali per la loro universalità o comunque mitici per la conservazione di verità che appartengono all’uomo: quindi non avrebbero bisogno di nessuna manipolazione o arricchimenti che dir si voglia per rendere esplicite – si suole sempre dire così - tematiche che il povero spettatore potrebbe diversamente non percepire.


A questa regola non poteva sfuggire “L’Ispettore Generale” la commedia di Gogol (1836) in scena al Verga per lo Stabile di Catania dal 10 al 14 dicembre.

Ma andiamo con ordine: Gogol ambienta la vivicenda in un paesino della provincia russa con l’arrivo di un revisore che fa tremare la burocrazia locale che da corrotta qual è corre – a modo suo – a far vedere che in apparenza è tutto in ordine e impiega i suoi metodi: tra gli ospiti della locanda c’è uno strano individuo dall’aria circospetta che tarda a pagare i conti, un certo Chlestakov, un piccolo funzionario spiantato: il podestà e gli altri funzionari si convincono che il revisore è lui. Qui comincia l’opera di corruzione ben accetta dal fortunato individuo che viene privilegiato dall’equivoco. Quello dell’equivoco è un espediente utilizzato dal comico per creare situazioni umoristiche e nello stesso tempo per svelare satiricamente quanto di losco e di corrotto ci sia anche in un microcosmo quasi una metafora di quello che avviene – alla grande - in una nazione. Non c’è giornale oggi in Italia che non documenti esempi di corruzione, di politici che intascano mazzette e da questi fatti – a volerci riferire solo a storie recenti – possiamo farli partire dallo scandalo della Banca romana ai tempi di Giolitti. Nel tempo la corruzione s’è fatta capillare, espressione di un sistema di cui sono storicamente coscienti i lettori: per non parlare della TV.
Nel testo gogoloniano la comicità viene raggiunta attraverso l’espediente dell’equivoco e delle sue conseguenze, la delicatezza dell’approccio e il realismo della scrittura dell’autore russo tendono a scatenare il riso che in lui è l’atto di accusa contro una società cinica e immorale. Sullo sfondo, simbolo di ogni corruzione, si riconosce magnifica e spietata la capitale dell’Impero russo. Questo in Gogol.


Nel ricontestualizzare la storia della Russia di oggi l’adattamento di Damiano Michieletto, sua la regia, riproduce una umanità gretta ma che aspira al lusso e al divertimento facile in cui dallo scambio di identità non sa trarre l’umorismo della situazione in quanto quelli che erano i personaggi gogoliani sono diventati delle macchiette senz’anima che si muovono alla cieca e dimostrano come la loro aspirazione al divertimento si risolva nel partecipare tutti insieme (esclusa la figlia del podestà) e pieni di vodka al ballo in discoteca dove la pista è una piscina e dove il ritmo assordante dei decibel in esubero creano soltanto smarrimento e fastidio.
C’è poco da ridere e da indignarsi e quando viene annunciato che è arrivato il vero revisore non c’è la sorpresa che rompe ogni logica creando la risata ma soltanto una gelida costatazione.


La farsa si conclude nella modernizzazione di un evento che storicamente – secondo le intenzioni del regista – non può creare più il riso ma soltanto stordimento.
Volenterosi e da elogiare i componenti del cast: Alessandro Albertin, Silvia Paoli, Eleonora Panizzo, Fabrizio Mattini, Alberto Fasoli, Michele Taccagno, Giacomo Rossetto, Luca Altavilla, Emanuele Fortunati, Stefano Scaldaletti Pietro Pilla.. Scene di Paolo Fantin ; costumi di Carla Teti ; disegno luci Alessandro Carletti.
Pubblico attento ma spiazzato : applausi alla fine della rappresentazione