Jeli il pastore
di Carmelo La Carrubba


La trasposizione di Lina Maria Ugolini della novella di Giovanni Verga (1840) “Jeli il pastore” che fa parte de “I primitivi” della raccolta “Vita dei campi” (1880) in cui l’Autore con la sua “poetica della impersonalità” ci restituisce “l’illusione della realtà”, è una lettura ricca di suggestioni e di riferimenti culturali al Teatro greco, al Teatro dell’epica corale, a quello di Garcìa Lorca sempre nel rispetto del testo verso una umanità condizionata dal danaro e condannata alla solitudine. Infatti Jeli – scrivo testualmente – “ è stato sempre solo nei campi come se l’avessero figliato le sue cavalle” o – successivamente – “…i rapporti fra la gnà Lia e Jeli sono come quelli delle bestie che si grattano il collo a vicenda”.

 

Con Jeli Verga fa la scoperta del primitivo e dell’elementare, come documento di verità non alterata dalla falsità dei rapporti sociali superiori e nello stesso tempo celebra l’unità dell’uomo con la natura e – contemporaneamente – individua il dramma della libertà del singolo in conflitto con le convenzioni sociali. Questa trasposizione andata in scena al Piccolo Teatro di Catania di Gianni Salvo ha – fra l’altro – il pregio di non tradire la parola verghiana ma di trarre da essa “la poesia necessaria alla musica” che darà forza ed emotività all’azione del linguaggio teatrale.

Su queste basi di ricerca è stata creata una versione drammaturgica del racconto su cui poggia solidamente lo spettacolo di Gianni Salvo che trova nel protagonista, interpretato validamente da Rosario Minardi, il volto e la credibilità dell’azione scenica. Così come nell’ottica dell’”epica del vicinato” vista alla maniera di una tragedia greca con la creazione di un “coro” rappresentato dalle quattro stagioni che scandiscono il tempo esistenziale della vita solitaria di Jeli il regista ha modo di rappresentare il percorso della formazione del giovane che si innamora della sua compagna di giochi, che fa amicizia col “signorino” Alfonzo a cui insegna a stare nel regno della natura. Fino alla tragedia terminale in cui Jeli – per necessità sociale – è costretto a uccidere il suo rivale in amore con una coltellata.

 

Diciamo subito che lo spettacolo ben strutturato ha la leggerezza di un racconto ben riuscito anche per merito di Oriana Sessa che cura scene e costumi, di Pietro Cavalieri che ha curato le musiche con riferimenti a quella colta e a quella popolare che si intonano all’idea drammaturgica di Gianni Salvo che ha visto in Jeli il pastore la statura e la dimensione dell’eroe tragico. In questo spettacolo le suggestioni che colpiscono piacevolmente lo spettatore nascono da Brecht, da Garcìa Lorca, dalla novellistica fiabesca di cui è ricco il lavoro teatrale di Gianni Salvo. Alla bravura di Rosario Minardi, eroe vinto dalla storia, fa eco un cast affiatato dove emergono “piccoli” talenti da Anna Passanisi la gnà Lia alle quattro del coro: Carmen Panarello, Egle Doria, Alessandra Lombardo, Luana Toscano; a Nicola Orofino nel ruolo di don Alfonzo a Fiorenzo Fiorito nel ruolo di Mauro Agrippino ad Alfio interpretato da Giuseppe Carbone; al figlio di massaro Neri a cui dà voce Ezio Garfì. Fiorenzo Fiorito è pure don Piricopu, Lu puparu, che rappresenta la figura del narratore vagabondo, ‘u centista, che racconta, coi suoi pupi, di Salomè che “ammizzigghiannu lu re” ebbe la testa di Giovanni Battisti. Tiziana Bellassai è Mara la sposa di Jeli che tanto ricorda la “sorella” Mena dei Malavoglia, in un’interpretazione interessante e convincente.

 

Pubblico attento e affascinato dallo spettacolo che ha applaudito a lungo e intensamente.