Kohlhaas
di Carmelo La Carrubba


E’ andato in scena lo spettacolo “Kohlhaas” (1989) di Remo Ristagno e Marco Baliani tratto da “Michael Kohlhaas di Heinrich Kleist, al Piccolo Teatro di Catania, con Marco Baliani magistrale interprete di questo lungo affascinante monologo. Il suo è un ritorno sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Gianni Salvo in cui ripropone attraverso la narrazione orale un modo nuovo di fare spettacolo e che rappresenta uno dei risultati migliori di questi ultimi vent’anni. Anche se la tradizione dei “cuntisti” siciliani con la loro tecnica basata sul ritmo narrativo la dice “lunga” su quanto di innovativo ci viene proposto.

 

Fermo restando che Baliani, nel genere, è uno dei migliori. Egli è solo sul palcoscenico, su una sedia, in uno spazio vuoto illuminato da un faretto e nel tempo di poco più di un’ora racconta al pubblico una storia. Anzi la storia di un allevatore di cavalli che subisce da un signorotto un sopruso e poi dallo Stato un’ingiustizia e il tema ruota sulla giustizia degli uomini ma anche sulla giustizia divina. Sono i temi dell’Antigone di Sofocle. Antichi ma di inquietante attualità. Baliani racconta ma nello stesso tempo “parla” al pubblico anzi ha bisogno della fantasia del pubblico per “completare” il suo racconto che si snoda su sentieri narrativi ferrei attraverso una narrazione epica in cui egli simula galoppi, scontri, battaglie, conversazioni con i suoi interlocutori, personaggi di questa storia, evocando la sua delicata, serena storia d’amore, l’amore per i figli, ma anche odio e disperazione verso chi ha calpestato questi sentimenti da cui emergono l’orgoglio del protagonista mai domato dalla rassegnazione.


Kohlhaas è un eroe che richiama una storia realmente accaduta in Germania nel 1500 ad un mercante di cavalli vittima di ingiustizie da parte dello Stao. Dal sopruso alla ribellione e alle conseguenze che ne derivano al debole quando si ribella alle leggi dello Stato è sotto gli occhi di tutti ma la forza di Baliani sta non solo sulla tecnica e capacità affabulatoria ma nell’aver recuperato la figura del cantastorie di piazza che fa rivivere allo spettatore – senza alcun elemento figurativo ( i cartelloni) – la visione del racconto che ognuno vedrà a seconda della propria cultura e immaginazione. Una grande magia rivelata dal silenzio in sala dovuta alla forza espressiva di Baliani che da un fatto di cronaca ha svelato risvolti epici e modernità dovuti a quella fame di giustizia di cui spesso soffrono gli uomini e gli spettatori espressione di quella umanità.