"L’oro dei Napoli" 
 I Fratelli Napoli raccontano l'ultimo mezzo secolo di storia catanese

 

 E’ la storia di una famiglia mitica, epica, leggendaria di Catania. Una famiglia con una tradizione magica che si tramanda nel tempo, a dispetto del passare degli anni, dell’irruzione nelle nostre case del computer, del Dvd, di mille artifizi elettronici che sembrano ormai annullare, la fantasia, la comunicazione, l’estro. Da un’idea di Salvatore Zinna, autore dei testi e per la regia di Elio Gimbo, è stato proposto nello spazio scenico di Scenario Pubblico, in via Teatro Massimo a Catania, "L’oro dei Napoli", ovvero l’auto dramma di una famiglia, pièce che vede protagonisti quelli che possiamo definire i pupari catanesi per eccellenza, quelli che hanno trasformato un lavoro, uno spettacolo di antica tradizione in leggenda.

Sulla scena, con i loro ferri del mestiere, con il loro fedele armamentario e soprattutto con gli eterni pupi (Agramante, Subrino, Gradasso, Suddateddu a’n’coppu, Soldato cinese, Arturo di Macera, Luneide, Ideo, Peppenino, Rinaldo, Carlo Magno, Gano, Orlando, Clarice, Papa Martino, Vescovo di Patti, Oliviero, Brandimarte) i protagonisti sono proprio loro: Fiorenzo Napoli, Salvatore e Giuseppe Napoli, Italia Chiesa Napoli, Agnese Torrisi, Alessandro Napoli, Davide, Dario e Marco Napoli. La Marionettistica dei Fratelli Napoli, figli, nipoti, moglie dell’indimenticabile Natale Napoli, raccontano attraverso le gesta dei loro pupi, gli ultimi cinquant’anni culturali, sociali di Catania. Viene quindi narrata, in parallelo, la storia di questa straordinaria famiglia, nota in tutto il mondo, applaudita in ogni parte ma, spesso ed ancora oggi, dimenticata proprio a Catania. Una famiglia, una Marionettistica che ha dato vita al "miracolo dell’eredità", a quel mito fatto di baruni, scamappoggiu, martelli, punteruoli, copioni, tecniche, ma anche di cervelli, forza, braccia. Fiorenzo, il più piccolo dei figli di Natale Napoli, è quello che narra la storia, che rappresenta e che muove le fila di questa famiglia e che, durante lo spettacolo, apre lo scrigno dei ricordi e da vita ad una pièce che emoziona, che interessa grandi e piccini. Il lavoro immagina un "naufragio culturale" e la famiglia Napoli viene vista, dall’autore e dal regista, come una sorta di "scialuppa", carica di un tesoro di inestimabile valore. Una scialuppa che viene a contatto con gli abitanti del luogo e che cerca di offrire loro qualcosa di questo tesoro. Si tratta di un dramma, l’autodramma di una famiglia di pupari, conduttori di un vascello fantasma. La loro storia inizia nel 1921 dal "mastru siddunaru" Gaetano Napoli, il capostipite, che acquista il suo "mestiere" di un centinaio di pupi e mette su una compagnia, con il fratello e i figli, distinguendosi perchè non si limita alla rappresentazione, ma si occupa anche della progettazione e costruzione degli elementi necessari allo spettacolo (pupi, fondali, cartelloni). Una famiglia segnata da una anomalia straordinaria, un destino che si compie nell’affrontare il "naufragio’ nelle culture tradizionali, soppiantate dal consumismo di massa. I figli di Gaetano, Natale e Pippo, affrontano il momento difficile con un’altra anomalia: se gli altri chiudono, essi aumentano il loro raggio d’azione, portando la tradizione fuori dai confini nazionali. Se gli altri dichiarano morta "l’Opra" loro innovano la rappresentazione ed i suoi elementi nel folle tentativo di tenerla al passo coi tempi, se gli altri dimenticano loro tramandano l’eredità ai figli di Natale ed Italia: Fiorenzo, Giuseppe e Salvatore e ad un nipote Alessandro ed ecco l’ultima delle anomalie felici, la più grossa: quando l’Opra dei Pupi muore dappertutto nasce il mito della famiglia Napoli, gli ultimi pupari del mondo. Ora fanno ingresso tra i "personaggi", tra quelli che non moriranno mai, malgrado le difficoltà da affrontare, primo fra tutti l’indifferenza della Catania culturale di oggi, quella degli spettacoli senza cuore e solo commerciali e poi la mancanza di una sede istituzionale per una famiglia che ha già conquistato un posto tra i miti.

"Il nostro è un lavoro corale - spiega Fiorenzo Napoli - e questa tradizione vive in quanto è supportata dal lavoro di tutti. Il presente sono io, i miei fratelli, Salvatore e Giuseppe, mia moglie Agnese, mio cugino Alessandro. Il futuro è rappresentato dai miei figli, Davide, Dario e Marco".

Ma come è nato lo spettacolo "L’oro dei Napoli"? "Questo spettacolo - spiega il regista Elio Gimbo - ha avuto una lunga gestazione. Coltivo da otto anni l’idea di uno spettacolo sul mondo dei pupi e sulla famiglia Napoli, dal ‘94, l’anno di Sud il mio primo spettacolo con dei pupi accostati agli attori. Da allora non ho mai perso di vista la famiglia Napoli ed il mio desiderio di arrivare ad una forma compiuta dell’accostamento fra pupi ed attori. L’oro dei Napoli è una riflessione sulla storia contemporanea di Catania. Immagino gli ultimi cinquant’anni di storia catanese come la descrizione di un naufragio, un inconsapevole "naufragio culturale" di cui noi cittadini siamo stati vittime ed artefici allo stesso tempo".

Ma come si può raccontare la storia di una famiglia così? Lasciando parlare loro, la famiglia, il gruppo, la Marionettistica. Con gli anni la famiglia si è allargata, loro non sono più soli, "loro" sono centinaia di Pupi, grandi e piccoli, antichi e recenti, sono fondali dipinti cento, cinquanta, venti o anche pochi anni fa. Oggi tutto questo è la Famiglia Napoli, i principi di un regno fantastico. Perciò raccontare la famiglia equivale a "far" raccontare la famiglia, a chiedergli di raccontare l’ultimo mezzo secolo di storia catanese, la storia di una forma d’arte nobile e preziosa, troppo fragile per combattere il "progresso" e troppo profonda per esserne sconfitta, fragile e profonda come i sogni o come uno spettacolo. Lo spettacolo, prodotto da Arcana, si avvale delle musiche di Third Earl Band, Gonzales, Comelade, Salvi, Mahler, Jarret, Martens, Verdi e Bregovic. Uno spettacolo da vedere, un viaggio nella nostra storia, nei nostri ricordi, grazie ad una straordinaria famiglia da proteggere gelosamente e che custodisce il segreto delle tradizioni e di un mestiere eterno, quello dei miti.

 

  Maurizio Giordano