La vita che mi diedi
di Carmelo La Carrubba

 


“La vita o la si vive o la si scrive” disse Pirandello privilegiando – come si sa – la seconda parte della sua riflessione e quindi se ne deduce che al centro della sua drammaturgia c’è soprattutto il rapporto fra l’autore e il personaggio da lui creato fino a diventare egli stesso personaggio nella rielaborazione del regista Turi Giordano ne “La vita che mi diedi” (Tratta dalle novelle di Pirandello) lo spettacolo in scena sabato 14 e domenica 15 maggio al Piccolo Teatro di Catania.
Turi Giordano parafrasando il testo di Pirandello del 1923 “La vita che ti diedi” ci offre un testo “pirandelliano” per la grande familiarità che il regista ha con l’opera dell’agrigentino.
Nella tematica pirandelliana molta importanza ha la riflessione sul personaggio (basti pensare ai “Sei personaggi in cerca di autore”) e – in parte – qualcosa del genere ha voluto fare Turi Giordano distinguendo – in maniera appropriata – la funzione dell’attore che lo interpreta. Infatti il personaggio appartiene alla dimensione “eterna ed immarcescibile” dell’arte e vive di vita propria nell’ambito della scrittura.


In questo spettacolo una voce fuori campo (la voce è di Francesco Foti) introduce alla visione di due ambienti la camera da letto e lo studio-biblioteca (scene e costumi di Riccardo Cappello) , in cui campeggia un gigantesco volume delle novelle da cui entrano ed escono i protagonisti e dove lo scrittore e drammaturgo la domenica ha appuntamento con i suoi personaggi con cui discute e sviluppa – in un crescendo drammaturgico – la vita di ognuno di essi diventandone il puparo della situazione. Il linguaggio scenico che si snoda nella rappresentazione del loro dramma crea ulteriori conflitti fra l’autore-puparo e il personaggio e, inoltre, si ha modo di approfondire la biografia dell’autore con la lettera del figlio maggiore Stefano che lo informa che è partito volontario per partecipare alla Grande Guerra o come nella rievocazione della madre in cui si sottolinea l’intenso e delicato rapporto che l’Autore ebbe con lei. Inoltre le varie storie – tutte prese dalle novelle – rappresentano squarci di vita borghese dei primi del Novecento.


In questo spettacolo la musica di Alberto Alibrandi suonata dal vivo da Salvatore Assenza al clarinetto e Samyr Guerriera al sax sottolinea non senza ironia lo svolgersi delle vicende umane e c’è da sottolineare quanto imposto dalla regia e cioè la fluidità dei tempi scenici che danno al racconto una particolare incisività e mettendo in risalto – attraverso l’attore – le qualità del personaggio. Tale è la prova di Francesco Foti nei panni di un Luigi Pirandello molto convincente come catalizzatore delle storie di cui è anche ottimo attore e motore delle storie da lui create ma che sa anche ascoltare gli altri e i loro avvenimenti che hanno ormai logiche proprie.
Sensibile e delicata – pur nella drammaticità degli eventi – è l’interpretazione di Emanuela Muni sia di zia Michelina che di Mara Grazia che della madre di Pirandello.
Davide Sbrogliò nei panni di Rico Verri e Papa Re ci offre due caratteri umani ben rappresentati.
Anna Maria Marchese interpreta due personaggi interessanti fra cui Mormina e Rosalba Vigna.
Infine Marta Limoli nel ruolo di Fantasia rappresenta lo stimolo creativo per Pirandello. La sua interpretazione è spumeggiante e convincente.
Le luci sono di Simone Raimondo.
Uno spettacolo dalla forte impronta pirandelliana ben gradito dal pubblico presente che ha seguito la rappresentazione con convinzione e ha applaudito a lungo e ripetutamente alla fine
E’ sicuramente uno spettacolo che deve essere apprezzato per lo spessore culturale e la resa stilistica della rappresentazione e speriamo venga ripreso dal prossino cartellone teatrale affinché certe affermazioni umane e artistiche possano essere apprezzate e non vadano eluse.