La busta
di Carmelo La Carrubba



In maniera ora allusiva ora surreale Spiro Sciamone costruisce la sua metafora di un presidente che con la violenza domina sugli uomini. “La busta” di Spiro Sciamone è l’ultimo suo lavoro teatrale, in ordine di tempo, in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese in cui in un’atmosfera vagamente kafkiana snoda la vicenda di un personaggio chiamato significativamente “un signore” entrare in una stanza dove c’è una sedia con un altro signore seduto e chiedere di parlare col presidente. Il signore seduto è il segretario e si rimira allo specchio come per essere sicuro del ruolo che recita. A lui il “signore” consegna “la busta” che lo convoca in quel posto. Lì presente c’è pure in un “locale” indovato nella parete un signor x nonché un cuoco. Il primo si presenta come un ex ballerino ma è costretto a mangiare in una ciotola per cani e si muove come un cane quando viene portato a spasso mentre il cuoco oltre a elogiare quello che cucina cioè la carne al sugo fa con orgoglio l’elogio del manganello con cui è convinto di risolvere i problemi che sorgono con gli altri.

 

In questo testo la lingua adoperata è la lingua italiana e non più il dialetto. Fra i quattro uomini che parlano in italiano e spesso ripetono le frasi dette senza tener conto delle risposte ricevute – fra gag strane – si scatena in maniera sistematica una violenza orchestrata dal presidente che li incolpa di un omicidio e che per avere la confessione a colpi di manganello, pedate e pugni se ne commette un altro. Si ha così l’immagine degradata di un potere che oltrepassa la fantasia per diventare “beffardo documento di una pratica di onnipotenza ben radicata nelle immagini di certi superbi arbitri della situazione mondiale…a cui potremmo, senza fatica, dare molte facce”. In questo breve atto di Spiro Sciamone con la regia di Francesco Sframeli, anche lui attore con lo stesso Sciamone, Nicola Rignanese e Salvatore Arena si ha l’impressione che il tema si sviluppi in maniera circolare come avvitandosi su se stesso anche per la vaghezza delle persone “vere” chiamate in causa in maniera allusiva e metaforica perché quelli che sono i veri protagonisti di questa storia – a cui il pubblico deve dare il nome – e a cui Sciamone allude – restano ombre in maniera surreale creando, nello stesso tempo, un limite alla cifra stilistica dello spettacolo.

Pubblico poco numeroso e alla fine dello spettacolo plaudente.