Ladro di razza
di Carmelo La Carrubba


 

Il 16 ottobre del 1943 i tedeschi agli ordini di Kappler , dopo che fecero pagare un oneroso e pesante riscatto in oro agli ebrei romani, non rispettando i patti, rastrellarono e deportarono gli abitanti del ghetto nei campi di sterminio in Germania. In quegli stessi mesi si colloca la vicenda della commedia di Gianni Clementi “Ladro di razza” per la regia di Marco Mattolini, interpretata da Massimo Dapporto, Susanna Marcomeni e Blas Roca Rey in scena dal 22 al 26 aprile al Teatro Ambasciatori per la stagione del Teatro Brancati.
Il protagonista Tito è un ladro e truffatore di piccola taglia ed è in fuga da un usuraio e per tale motivo va a vivere dal suo amico d’infanzia Oreste. Per pagare il debito con il cravattaio che lo perseguita individua una ricca zitella ebrea, Rachele, che vive sola in un appartamento del ghetto e prepara il piano per derubarla. Quando tutto è pronto per la truffa, il 16 ottobre del 1943 i nazisti iniziano il rastrellamento degli ebrei del ghetto mentre il Nostro – ignaro degli avvenimenti, si trova di colpo in una storia non prevista in quanto, innamoratosi della ricca ebrea, non solo rinuncia alla truffa ma quando è il momento di scappare lui, un uomo senza coraggio, trova la forza di non abbandonare la sua compagna con le conseguenze tragiche del caso. Creando uno dei finali più belli per una commedia anche se di struggente drammaticità.
La drammaturgia di questa storia fu ben intesa – pur con risvolti e in un contesto diverso, da Vittorio De Sica da un racconto di Indro Montanelli e i risultati , come in questo caso, furono eccellenti per l’umanità dei personaggi e lo struggente epilogo della loro vicenda.
Nello spettacolo in scena al Teatro Ambasciatori la commedia “Ladro di razza” ha l’andazzo di un film neorealista in cui il dialetto romanesco oltre a caratterizzare i personaggi crea situazioni comiche e grottesche di notevole effetto ma man mano che la vicenda tende a svilupparsi coinvolgendo i sentimenti dei protagonisti la situazione precipita così come gli avvenimenti storici che caratterizzano quei giorni. Gli sviluppi imprevisti che investiranno i nostri antieroi diventano la memoria storica di quanti vissero quelle vicende. Le quali – pur nella loro semplicità – hanno il sapore dello scorrere della vita in momenti drammatici come fu il 16 ottobre del 1943.
Pertanto sia la storia che il linguaggio scenico sono semplici ma immediati nel loro svolgersi e hanno un ritmo omogeneo ben sostenuto da tempi rigorosamente incalzanti risultando logicamente coinvolgenti nella creazione di un racconto teatrale decisamente suggestivo.
Non c’è dubbio che al di là dell’importanza della scrittura scenica e delle straordinarie coincidenze quello che ne rende convincente lo svolgimento è la bravura degli attori: da Massimo Dapporto che ha creato prima la figura di un ladro, pavido e sprovveduto, per chiudere la vicenda da uomo, contro ogni aspettativa ma con una credibilità umana notevolissima.
Susanna Marcomeni la brutta zitella ricca che ha amato, fino a quel momento, solo i soldi, scopre finalmente l’amore creando – con fine umorismo – e grande partecipazione la figura di una donna consapevole che vuole amare il suo uomo fino ad essere forse l’artefice del riscatto di un ladro di razza.
Blas Roca Rey è l’amico d’infanzia che lavora in una fornace ed è ladro a tempo perso: un personaggio del popolo minuto, socialista che apprezza i politici del tempo che vivono rifugiati in Laterano, dei veri uomini; generoso e disponibile come la Roma dell’epoca. Una ottima interpretazione.
Una regia intelligente ha fatto scorrere senza inutili lungaggini o pause il racconto che – man mano che si svolgeva – assumeva forza drammatica e convincimento emotivo fino ad una conclusione – ripeto – di struggente bellezza narrativa ben gradita dal folto pubblico che ha applaudito calorosamente e ripetutamente alla fine della rappresentazione.