Lasciatemi divertire
di Carmelo La Carrubba


Si potrebbe dire che uno spettacolo soffra – prima di arrivare sul palcoscenico - di parecchi limiti che possano influenzare il pubblico. A sentire i telegiornali pieni di ondate di gelo l’unica soluzione possibile era di rimanere in pantofole in casa sabato sera 19 dicembre. E invece, crepi l’astrologo, la serata era calda, senza vento e non creava problemi atmosferici. Ma in una città altri elementi contro sono le partite di calcio dei club europei in concomitanza di uno spettacolo e, dato che non c’è due senza tre: il terzo elemento sono le grandi feste: in una città come Catania non è tanta la voglia di stare assieme quanta quella di giocare. Perché come notò Camilla Cederna in una sua inchiesta giornalistica sulla nostra città, una delle caratteristiche del costume catanese era quello del gioco d’azzardo praticato in casa e fuori, dalle puntate forti e dalle emozioni devastanti.
Perché è importante il pubblico a teatro? Ma perché il pubblico è una componente dello spettacolo; anzi direi che a spettacolo ultimato esso ne è l’elemento essenziale. E ce ne ha dato una valida dimostrazione al Piccolo Teatro di Catania Gianni Salvo nel suo spettacolo futurista “Lasciatemi divertire” (su testi di Aldo Palazzeschi (1885/1974)) adattamento teatrale e regia suoi e una interpretazione magistrale memorabile che mi auguro venga ripresa nel tempo.


Questo spettacolo che si avvale delle poesie e della sperimentazione poetica del Palazzeschi nonché di tutto quanto di nuovo e rivoluzionario il movimento futurista portò nel teatro, è incentrato appunto sulle conquiste che questo movimento novecentesco impose in ogni campo dell’arte ma in particolare nella poesia in cui alla parola sostituì i suoni che sono capaci di ridarci gli stati d’animo del soggetto a cui il poeta – vero trapezista dei sentimenti – avrebbe dato senso e forma. E a teatro, partendo dalla commedia dell’arte, attraverso il goco scenico aveva come punto di arrivo il riso a cui partecipa come elemento attivo il pubblico. E la partecipazione del pubblico poteva influenzare – nel bene e nel male – l’esito dello spettacolo perché partecipando poteva dissentire in maniera rumorosa e determinante. Ma soprattutto la “rivoluzione” futurista cambiò l’approccio al testo ritenuto fino ad allora intoccabile, un uso diverso dello spazio teatrale e della comunicazione con il pubblico facendo cadere lo steccato fra palcoscenico e platea e rendendo simbolico l’uso del sipario. Ma, in modo particolare, rese più libero l’attore nel suo modo di recitare e di proporsi al pubblico nel senso che l’interlocutore diretto era e rimaneva la sala che partecipava allo spettacolo.
E questo spettacolo è stato una “lezione” di tecnica teatrale per un eventuale manuale per gli addetti ai lavori e non; di quello che dev’essere un attore come strumento di comunicazione sia che avvenga con le mani o con i piedi come volevano i futuristi; ma che rimanevano tante risorse all’attore dalla mimica, al gesto, al linguaggio del corpo, alla impostazione della voce, alla drammatizzazione dell’avvenimento: come ne “La fontana malata” in cui la tragedia del gocciolio che diventa tosse rappresenta l’elemento scatenante del dramma. Infine – e qui l’arte dell’attore Gianni Salvo – esprime la sua distillata esperienza di fine dicitore, di affabulatore, di mimo, di uomo colto che ha nell’ironia la sua arma migliore e che riesce anche ad essere l’attore futurista perché è un grande attore.


Perché è stato bello, interessante, intrigante lo spettacolo di Gianni Salvo?
Perché è riuscito senza retorica a realizzare la comunicazione diretta fra il protagonista e gli spettatori attraverso il gioco: alcune palle colorate venivano lanciate fra gli spettatori, rompendo tutte le regole, coinvolgendoli al gioco collettivo; oppure il gioco delle carte: la lettura di quello che era scritto sulle carte, precedentemente distribuite, e così per il gioco delle candele: in cui ognuno dal posto o dal palcoscenico manifestava – leggendole – il suo modo di essere attore. Al protagonista che aveva diretto il gioco non rimaneva che il gioco dell’intelligenza attraverso l’ironia di un commento che sfociava nel riso attraverso uno dei canoni del futurismo che gioco, ironia, interazione, riso si fossero fuse nel creare lo spettacolo.


Sicuramente uno spettacolo in cui ad emergere più che i principi sono stai i meriti artistici di un attore che si è fatto le ossa anche al Piccolo Teatro di Milano con Strelher che “girava come un guanto dall’una all’altra parte la personalità dell’attore” (la frase è di Glauco Mauri che conobbe Strelher per la Santa Giovanna dei macelli di Brecht) e che in questi moltissimi anni ha avuto modo di arricchire il suo ruolo e di essere – oggi – in piena maturità artistica capace di fare uno spettacolo unico, divertente ed affascinante.
Sua la coreografia mentre le musiche sono del maestro Pietro Cavalieri. Del pubblico partecipe e divertito abbiamo detto così pure di una serata indimenticabile.